Una tonaca nera vola veloce nella piazza del paesino nella Bassa reggiana.
Le maniche si rimboccano velocemente e dalla sacrestia esce un prete trafelato con un fucile in mano.
“Fermo Don Camillo”, parola del vecchio crocefisso.
Dietro, la penna di Guareschi.
Tutti noi conosciamo le avventure del paese di Brescello.
La penna, appunto.
Guareschi è stato uno degli inchiostri più rappresentativo della nostra penisola.
Dati che fanno impallidire i best-sellers odierni: venti milioni di copie vendute in tutto il globo terracqueo e un’ottima carriera come giornalista, disegnatore e pungente umorista.
Il resto scorre sulla storia vissuta da quest’omone emiliano che amava schernirsi per il buffo vezzeggiativo che i suoi genitori avevano applicato al suo nome.
Giovannino amava scherzare.
Solo un artista poliedrico come lui poteva calzare a pennello nella redazione del quindicinale Bertoldo dove entrò come illustratore per poi scalarne la gerarchia divenendo capo redattore.
Sotto la sua guida la rivista s’impenna con giovane sussulto: tra le cinquecento e le seicentomila copie vendute e la qualifica, molto lusinghiera, di miglior giornale umoristico italiano.
La guerra arrivò e con lei la galera.
Una penna libera, ricercatamente irriverente, non poteva che farsi beffa del suo calvo corregionale che in quell’epoca giocava a fare il dittatore.
Il suo amore per la Famiglia Reale, ennesimo guaio: durante l’armistizio fu fatto prigioniero e spedito nei campi di prigionia insieme agli altri giovani IMI (Internati Militari Italiani).
Ma fu la storia dei trinariciuti a lanciarlo verso la satira post-bellica.
Sì, per lui i militanti del Partito Comunista erano dotati di un dono particolare.
Tre narici: due per respirare e l’ultima per espellere la materia grigia e cavarci dentro le direttive che arrivavano dall’alto.
“Tre volte idiota moltiplicato tre”, la dura reazione di Togliatti.
“Ambito riconoscimento”, la sua ilare risposta.
Suoi anche veri e propri geniali pezzi della propaganda anticomunista.
“Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”, farina del suo sacco.
Ma ricevette anche delle stilettate da altre parti politiche.
Fu processato per una vignetta che si burlava del fatto che Luigi Enaudi etichettasse il suo vino con un esplicito riferimento alla provenienza “presidenziale”.
Fu imprigionato per aver pubblicato due lettere, che lui attribuiva ad Alcide De Gasperi, in una delle quali si chiedeva agli Alleati di bombardare la periferia di Roma allo scopo di demoralizzare i collaboratori dei tedeschi.
Nonostante tutto la sua voglia di burlarsi del potere non è mai morta e rivivrà nella mostra che questo sabato si apre in quel di Brescia.
Cento anni dalla nascita della penna con i baffi.
Quaranta dalla sua morte.
“Ridere delle dittature”, da non perdere.





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