Il senso ultimo delle parole, la loro grandezza in fondo, sta probabilmente nella capacità che hanno di contenere, di tracciare cioè l’esatta forma delle cose, circoscrivendole, rendendole più maneggiabili, più semplici. Nakba per esempio. Per il popolo palestinese nakba è, letteralmente, “catastrofe”.
Impossibile identificare altrimenti il terribile paradosso storico attraverso cui, nel 1947, la Gran Bretagna, rimettendo il suo mandato sulla Palestina all’Onu, diede il via a quella che, con la risoluzione 181, avrebbe generato il nuovo stato d’Israele con un’operazione frankesteiniana, una scatola cinese che presto avrebbe preso la forma di una polveriera.
Il 15 Maggio di ogni anno, da quel 1947, il mondo arabo, grida la sua nakba. Lo fa però cercando di far tacere il cigolio terrificante dei bulldozer, la morte industriale delle armi automatiche o degli esplosivi al plastico il giorno che sei in autobus e vai in centro a fare shopping. Lo fa molto meglio e molto più di noi occidentali.
Certo, resta comunque una nakba, ma mi chiedo per noi, noi del globo dove batte il sole, cos’è più lacerante, il sibilo dei proiettili alle finestre che non sentiremo mai oppure l’esposizione, nel campo profughi di Aidah, presso Betlemme, di una chiave pesante due tonnellate e manufatta da artisti palestinesi, con su scritto: “non è in vendita”?
Fa più male, alle nostre latitudini, l’azione lanciata dal World Social Forum e dal Zochrot’s Nakba 60 Project di far vestire tutti gli abitanti di nero mentre osservano un minuto di silenzio dopo la preghiera di mezzogiorno oppure il pezzo da mortaio che vomita morti e che solerti industrie lombarde fanno arrivare ai committenti senza nessun ritardo e, soprattutto, senza che noi lo si sappia?
E’ più sconvolgente leggere, sui nostri patinati quotidiani, che a Ramallah, nei pressi della Muqata, sia stato allestito un campo sul modello dei campi profughi del 1948 e sulle tende si siano scritti i nomi dei villaggi cancellati dalla conquista israeliana oppure vedere sul web, fra un’asta su Ebay o le news sportive, la foto bollita di un soldato dal mitra spianato, sempre quello, sempre uguale?
E’ più efficace, per il nostro mondo, raggiungere i check point di Qalandya e Betlemme e lanciare, come ha suggerito Justice is the Key for Tomorrow, 21.915 palloncini neri in aria (numero risultante dalla moltiplicazione dei giorni di un anno per 60 anni) con appese lettere scritte da bambine e bambini palestinesi che raccontano e liberano in cielo i loro sogni oppure nominare commissari straordinari per cacciare chissà quali streghe dai nostri incroci cittadini?





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