Gli occhi della guerra sono quelli di un bambino soldato ugandese, che fissa l’obiettivo della macchina fotografica con sguardo perso, come a dire “Che cosa ci faccio qui?”. Orbite rossastre e vuote le sue, scelte come simbolo del dramma di tutte le guerre.
Fausto Biloslavo e Gian Micalessin, a venticinque anni dalla nascita dell’Albatross, l’agenzia da loro fondata nei primi anni ‘80, hanno scavato nel loro archivio e ne hanno tratto una serie di fotografie, riproposte in una mostra che ripercorre i loro reportage sui conflitti dimenticati di ieri e di oggi.
Un viaggio che, attraverso gli scatti realizzati seguendo sempre entrambi i fronti in lotta, porta lo spettatore direttamente nei principali scenari di tensione internazionale: dal Vietnam all’Afghanistan invaso dai russi, dal Libano alla Cambogia, dalla martoriata Africa all’Estremo oriente, dal Kosovo ai Balcani, dallo Sri Lanka all’Iraq.
Un viaggio che gli inviati di guerra dell’Albatross hanno voluto condividere con gli spettatori in memoria e ricordo di Almerigo Grilz, co-fondatore dell’agenzia, scomparso il 19 maggio del 1987 in Mozambico mentre filmava un assalto dei ribelli alle postazioni governative.
L’itinerario dell’esposizione si svolge lungo un percorso di otto sezioni, ciascuna delle quali rappresenta una specifica area geografica: Guerre al crocevia dell’Asia; Crepuscoli di Vietnam; Africa Rosso Sangue; Guerra fredda in Centro Africa; La guerra alle porte di casa; Medio Oriente senza pace; Diari di guerra (Le agende di Almerigo Grilz); Una targa per Almerigo (descrizione del progetto di costruzione di un dispensario sanitario nella Repubblica democratica del Congo).
Guardando le fotografie che compongono gli ottantacinque pannelli della mostra, si ha quasi l’impressione di sentire il rumore delle bombe. Si percepiscono i suoni della guerra, la tensione del rischio, la desolazione della distruzione.
Ma ciò che emerge con più evidenza, agli occhi di un qualsiasi osservatore, è la grande professionalità e soprattutto la passione che Grilz e i suoi colleghi hanno messo nel loro lavoro, fatto di disagi, lunghe prigionie, pericoli. Il tutto condito con l’entusiasmo di chi, nel rispetto dei fatti e del reale fondamento della professione giornalistica, ha affrontato anche le più drammatiche avventure con un sorriso sulla bocca rispondendo “Why not?”, perché no?




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