Giacomelli Mario, tipografo e fotografo da Senigallia. Leggasi in ordine corretto: prima tipografo e poi fotografo. Tutto questo per dire che l’arte si fa musa di chi con semplicità si mette al suo servizio.
E questo fotografo di fama mondiale d’umiltà nei suoi riguardi pare che ne ebbe parecchia. Lavorò tutta la vita tra i macchinari tipografici e solamente nel tempo libero inforcava l’obiettivo fotografico che lo rese artisticamente immortale.
Come se l’arte fosse una medicina da prendere solo dopo i pasti, perché era in questa parte della giornata che il giovane Giacomelli iniziò a gironzolare per la sua Senigallia stampando provini non a contatto.
Il resto poi era nelle sue mani d’alchimista della stampa: con la lente individuava il punto d’interesse e lo andava a isolare con una stampa che trovava compimento su carta formato 30×40.
Due passi, dopo cena, per digerire. Due passi che lo portarono al MOMA di New York, Museum of Modern Art, che acquistò nel 1963 la serie di fotografie chiamata Scatto lanciando così il tipografo marchigiano nel Gotha della fotografia mondiale.
Bianco e nero, il suo trademark inconfondibile. Una soglia che segnava il sottile ma presente confine tra emozioni contrastanti. Amore e sofferenza su tutte.
Una mostra a Lo Spazio Forma di piazza Tito Lucrezio Caro vuole celebrare l’arte dei suoi scatti a cavallo tra i due colori che danno anche nome a questa importante mostra: “Mario Giacomelli – La figura nera aspetta il bianco”.
Il piatto è ricco e succoso: duecento scatti, tra i quali spiccano i famosi seminaristi in festa al seminario, le immortali fotografie catturate sul litorale di Senigallia, quelle dedicate ai contadini, passando per Lourdes e toccando la poesia di A Silvia e di Io sono Nessuno.
Milano ha però anche un dono che va oltre l’essere stata scelta come prima tappa del tour mondiale che vedrà codesto tesoro riceve il meritato tributo globale.
La città meneghina infatti farà bella mostra anche di alcune serie inedite di Giacomelli che prendono il nome di Ritorno, Il volo lento delle farfalle, Territorio del Linguaggio e Così come la morte.
Su tutto sembra poi risplendere il consiglio che ricevette il nostro artista dal grande Pietro Donzelli:
“A volte basta un suono o una voce per creare dentro di noi un’immagine o dei personaggi. Li racconti questi personaggi, prima a se stesso, poi agli altri con una sequenza d’immagini. Si ricordi però che il cammino degli artisti è fatto solo di tristezza e di dolore. Nascono per consolare la tristezza degli altri”.
Saggezza, estrema saggezza.
Questa volta in mostra.





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