L’altoparlante richiama i passeggeri a salire sul treno che da Belgrado porta a Sarajevo. È un giorno qualunque dei primi anni ’90 in Jugoslavia. Si sente quel tipico rumore metallico del treno che si allontana dalla stazione. Qualche anno più tardi la storia dirà che non sarà stato un momento come tanti altri. Quei passeggeri saranno gli ultimi a farlo. Poi, il rumore diventò frastuono di colpi fatali di mitragliatrici e cannonate.
Per molti la guerra nei Balcani (1992-95) è stata una parentesi con i campi di concentramento da oscurare per non rovinare la bella facciata dell’Europa. Per molti la guerra nei Balcani è stato un vergognoso genocidio perpetrato ai danni dei bosgnacchi (musulmani di Bosnia), anticamera della fantomatica guerra di civiltà. Per altri, la guerra nei Balcani è stata l’ennesimo spargimento di sangue dell’umanità.
Dopo i trattati di pace, oggi, gennaio 2010, le due ex-regioni jugoslave sono davvero pronte a voltare pagina? Lo scorso dicembre è arrivato un segnale. Dopo diciotto anni è stata infatti riaperta la linea ferroviaria tra Belgrado (capitale della Serbia) e Sarajevo (capitale della Bosnia-Erzegovina), la città che ha avuto il più lungo assedio della storia bellica moderna. Quasi quattro anni (5 aprile 1992 – 29 febbraio 1996).
Per il primo viaggio, con a bordo quindici persone, il convoglio era formato simbolicamente dalla locomotiva e tre vagoni: uno delle ferrovie della Republika Srpska, uno della Federazione di Bosnia Erzegovina (entrambe entità amministrative in cui è stata divisa la Bosnia dopo la guerra) e il terzo della Serbia. Otto ore per collegare le due città. 480 minuti sui binari per riavvicinare due mondi sfregiati da un conflitto.
“Meglio tardi che mai” il commento di Elvira Mujcic, scrittrice bosniaca da anni residente in Italia, autrice di Al di là del caos (2007, Infinito Edizioni) ed E se Fuad avesse avuto la dinamite (2009, Infinito Eduzioni), “ci hanno messo più di 15 anni. Anche se in realtà ciò che divide non è la mancanza della linea, ma ben altro. La speranza è che possa essere una spinta positiva”.
Non riuscendo a raggiungere Belgrado così su due piedi, agisco diversamente. Prendo il primo treno che vedo, direzione Bologna. Scelta non casuale. Un paio d’ore per andare dal Veneto all’Emilia Romagna. Due regioni. Proprio come erano una volta la Bosnia e la Serbia. Per tutto il tragitto, pur conoscendolo piuttosto bene, non faccio che guardare fuori dal finestrino.
Passo il tempo a vedere ciò che non esiste, ma è stato altrove. Due territori confinanti in guerra. Immagino il sangue. La disperazione. I cadaveri lungo il binario. E poi la guerra. Le conferenze di pace, e la normalità che tenta di tornare. Le cicatrici di un passato con cui dover convivere. Oggi è stato turno dell’acciaio dei binari di riavvicinarsi. Domani forse, toccherà a ciascuno di noi.





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bella descrizione, è un primo passo, ma ogni cammino inizia così