Se lì non è mai cresciuto un filo d’erba probabilmente ci sarà un motivo. Anche se per una volta, bisogna dire, non parleremo della tipica attività umana dell’azzardare per il semplice gusto di battere cassa. No, qui l’assoluta stramberia è servita sul piatto del benessere futuro di tutta la razza umana.
Ci troviamo nella zona desertica compresa tra le Ande e l’Oceano Pacifico. Qui annualmente la pioggia non arriva a toccare i due millimetri. Un luogo che a paragone renderebbe Milano una città monsonica. Un luogo dal quale diversi studiosi di botanica vorrebbero far partire un nuovo modo di pensare all’ecosistema globale.
“Se riuscissimo a piantare alberi qui imparando a farlo con il minimo sfruttamento idrico – afferma uno dei ricercatori al lavoro – questo potrebbe essere un modello da seguire per tutto il resto del mondo”.
Una lotta contro “l’aridità letale” che ben pochi conoscono. Infatti comunemente si parla della sorte dei territori coperti dalle foreste pluviali e spesso ci si dimentica invece delle foreste tropicali asciutte definite dagli studiosi “un ecosistema che si regge su di una gamba sola”.
Il vero eroe di questa spedizione dal pollice verde è la Prosopis limensis, pianta nativa della zona peruviana del Huarango e vera e propria specialista della resistenza in condizioni proibitive. Infatti sopperisce alla non presenza di piogge con la cattura dell’umidità circostante andando anche a cercare acqua in profondità con radici lunghe tra i cinquanta e gli ottanta metri.
Una missione quella degli ecologisti ben spiegata dal ricercatore francese James Aronson, a capo del Restauro Ecologico del Centro di Ecologia Evolutiva e Funzionale di Montpellier che ci rassicura del fatto che ci sono più di mille specie di piante che vivono nelle zone aride.
“In molte aree desertiche del mondo ci potrebbero essere abbastanza alberi da costituire una vera selva – afferma Aronson – di certo non simile a quelle che si vedono per esempio in Inghilterra dove le foreste sono ovunque si giri lo sguardo. Qui dovremmo operare solo dove c’è la presenza minima d’acqua”.
Ovviamente i ricercatori sanno che per far ciò dovranno fare breccia nei cuori della popolazione locale, una popolazione già messa a rischio dalla crisi economica e che potrebbe riversarsi sulle nuove “piantagioni” in cerca di legna da ardere.
Le proposte per catturare l’attenzione degli autoctoni passano attraverso l’idea di una sagra annuale nel mese di aprile in onore del Huarango e dei suoi preziosi frutti usati per confezionare sciroppi e melasse.
“Riempire lo stomaco delle persone. Dove se non lì s’incontrano le scienze sociali e la biodiversità? Quello è il luogo migliore per lasciare che tutto accada”, Oliver Whaley, ecologista.
Una rivoluzione verde che parte dalla pancia. Ottima idea.





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