Il vento si insinua tra gli alberi dello Yellowstone e racconta.
Vecchie storie di uomini veri che hanno sfidato la solitudine della natura e l’hanno vinta.
Oggi il mito della frontiera americana è chiuso dentro case super accessoriate, sempre più protette, sempre più asettiche.
E il popolo, che in sole quattro generazioni conquistò un continente, ha paura di uscire e respirare il cielo delle Montagne Rocciose.
Il grido dell’aquila dal collo bianco che le attraversa è un urlo di terrore per chi soffre di biofobia.
Il panico di lasciare la propria stanza, il quartiere, la città sta colpendo gli yankees. Nei parchi, nelle riserve e nelle foreste ci sono sempre meno persone.
In un solo decennio si sono persi 80 milioni di visitatori. Una caduta complessiva del 25 per cento.
I dati scoraggianti derivano da uno studio condotto dell’ecologista Patricia Zaradic, che è stato pubblicato sul Proceedings of the National Academy of Sciences.
Le interpretazioni si sprecano, le giustificazioni anche.
Per alcuni la colpa è del tempo tiranno che non lascia più spazio all’aria aperta e si concede solo alle attività domestiche.
Per altri invece, come Oliver Pergams, dell’Università dell’Illinois, dipende dalla fobia in cui è avvolta la società moderna.
“La paura dello sconosciuto, degli animali, di perdersi sono caratteristiche innate nell’uomo. Oggi però vengono amplificate dai media”, spiega.
E aggiunge: “Per chi non conosce la vera natura, è difficile pensare che sia qualcosa di diverso dall’uragano Katrina, dagli tzunami, o dal riscaldamento globale”.
Forse non tutti sanno che siamo stati proprio noi a causare questi catastrofi, sfruttando senza rispetto il Pianeta.
Forse un giorno il vento che si insinua tra gli alberi dello Yellowstone lo racconterà.




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