Il vento del deserto entra dalla tenda, sfoglia i quaderni e li colora con la sabbia.
Il maestro fa una faccia buffa mentre cerca di soffiarla via dal suo libro stropicciato, e i bambini ridono.
Erano anni che nelle scuole afghane non si sentiva la loro voce. Anni bui di terrore. Il terrore nero del regime talebano.
Il 23 marzo i nove mila edifici scolastici afghani, anche quelli di fortuna, riapriranno per garantire un futuro a 6,5 milioni di studenti.
Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione il 35 per cento saranno bimbe. Le stesse cui gli accoliti del Mullah Omar impedivano di studiare.
Gli uomini della morte continuano, però, a colpire gli obiettivi civili, soprattutto quelli poco protetti e lontani dalla capitale.
Negli ultimi due anni sono stati uccisi 230 operatori del settore educativo e 220, tra professori e studenti, sono stati feriti.
Molte scuole sono state bruciate, in particolar modo nella zona meridionale dell’Afghanistan. 300mila piccoli sono senza aule.
Per questo motivo, il responsabile dell’Educazione ha presentato un piano per la costruzione di trenta nuove strutture scolastiche.
Dovrebbero nascere, insieme ad almeno un istituto d’insegnamento per maestri e professori, in ognuna delle 29 province afghane.
Il Fondo per i bambini delle Nazioni Unite si è impegnato tra i suoi sostenitori e ha chiesto 15 milioni di dollari. Una cifra esigua se si pensa che nei prossimi cinque anni serviranno circa tre miliardi.
Le condizioni in cui cercano di studiare i bambini sono davvero difficili: molte scuole sono vecchie moschee o tende rattoppate.
Non ci sono i banchi, mancano le lavagne e il gesso. I bagni non esistono.
I genitori sfidano le minacce dei talebani: portano mattoni e offrono il loro aiuto per tirare su almeno un muro che ripari i figli.
Rischiano la vita per dare a questi bambini ciò che non hanno avuto loro: un’istruzione e la speranza di un futuro migliore.




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