Una battaglia difficile, contro tutto e tutti. Non bastano di certo le bombe o le rivoluzioni politiche per liberare le donne. Anche se, infondo, pochi e timidi passi sono stati fatti.
Afghanistan, terra dei Talebani, combattere ogni giorno per la propria affermazione. Perché la liberazione, se non procede anche nella cultura di un paese, può rivelarsi una strategia assolutamente inutile. Afghanistan, lentamente, forse, si torna a respirare.
“E stato per caso che ho trovato questo lavoro, i salari sono ben più bassi in Kabul e non mi bastano. Devo pensare ai miei bimbi e non posso lavorare per somme così basse”.
Determinazione, caparbietà a forma di donna: Shakila che ogni giorno compie un viaggio di due ore per recarsi nella provincia di Maidan Wardak per lavorare come infermiera. Quattrocentocinquanta dollari a fine mese in tasca sono una benedizione assoluta da queste parti. Una lotta che non è mai finita, anche se il vecchio regime è stato destituito.
Nessuna donna afgana può dimenticare ciò che era e ciò che le veniva chiesto: ignoranza, impotenza, privazione della libertà di camminare nelle strade se non accompagnate da un parente di sesso maschile.
Shakila non dimentica ma vuole andare avanti. La strada della scuola è stata la sua nuova meta, la sua nuova vita. Perché alle volta la cultura è più resistente della dittatura: promessa sposa a suo cugino che però è morto nel frattempo e quindi obbligata a sposare il fratello minore del suo deceduto fidanzato.
L’infelicità divenne dilagante, ma il divorzio non era contemplato in Afghanistan. Oggi invece Shakila è ritornata a vivere nella casa dei suoi genitori, insieme ai suoi figli. Piccole e silenziose rivoluzioni che ogni giorno s’innescano dando vita a corsi d’aggiornamento, corsi di formazione, centri d’educazione.
E le donne sono tra le prime a iscriversi. “S’iscrivono in centinaia”, afferma Sheela Samimi, rappresentante della Rete delle Donne Afgane che unisce numerose associazioni non governative del paese.
Rialzare il capo anche per fronteggiare la solitudine che la guerra ha seminato. “Non abbiamo indagato e non sappiamo quante vedove ci siano nella nazione – continua Samimi – ma ovviamente ce ne sono molte che hanno figli e con famiglie che non possono aiutarle. Non hanno un lavoro e se ne trovano uno è sempre a breve termine”.
Il dramma delle divorziate poi è di proporzioni spaventose. Per questo, per loro, sono state create strutture protette come la Casa Sicura. Qui le donne possono iscriversi a corsi di formazione nel mentre i figli vanno a scuola.
E anche l’università ha voluto dare spazio alle “quote rosa” semplificando i test d’ammissione per chi ha avuto meno possibilità d’istruirsi. Una rivoluzione che ancora viene vista con diffidenza.
“Qui è concepito ancora come una stranezza il fatto che una giovane faccia la pendolare per andare a lavorare in un’altra città. E questo può essere pericoloso”.
Donne vittime di pregiudizi. Donne vittime di una cultura dura a morire. Donne vittime dei terroristi che non vogliono il cambiamento. Nonostante tutto, orgogliosamente donne.





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