
laFeltrinelli.it
Webster.itSpesso i sogni sembrano appartenerci. Li crediamo nostri e di nessun altro. Si fanno inseguire e sfiorare. Si fanno accarezzare. Quelli che appaiono vicini sono, in realtà, i più lontani. Li ho ripercorsi ad uno ad uno, i miei sogni. Pagina dopo pagina. Racchiusi in un libro che voleva leggermi il cuore.
Attendevo la sera per mettermi in viaggio con lo scrittore. Le coperte erano nuvole che osservavo dai finestrini di un aereo immaginario. Diretto a New York.
“Voglio l’America” di Enrico Franceschini è la storia di un uomo. Ma è, prima di tutto, la storia della passione di quell’uomo. Che, a soli ventiquattro anni lascia Bologna, la sua città, per andare a New York: «…il piano era semplice, conquistare l’America, sbarcare nella metropoli dei grattacieli con in tasca i quattro soldi rimasti dall’auto usata e dallo stereo venduti prima di mettermi in viaggio, e diventare giornalista, scrittore, sceneggiatore».
Franceschini, autore e protagonista del libro, arriva a New York con un borsone e con una macchina da scrivere portatile. Pochi soldi, ma tanto entusiasmo. Il coraggio di provare, la determinazione e il desiderio di credere, non l’abbandonano nemmeno quando, per sopravvivere, è costretto a distribuire volantini pubblicitari di un topless bar.
«Che ci faccio qui?», si domanda l’autore, «lo sapevo, a quel punto, cosa ci facevo: il treno, partito da Bologna, doveva portarmi a Bruxelles, dove mi aspettava probabilmente un charter per New York».
Nessun giornale pubblica i suoi articoli. Ma lui non si arrende. Scrive. Invia. Non ottiene risposta. Ma continua a scrivere perché quella «era l’America. Era magnifica. E c’ero dentro anch’io».
L’arresto di John Gambino, “padrino” di una delle famiglie di Cosa Nostra che controllano il crimine organizzato nella città, rappresenta la svolta tanto attesa. Una svolta che pone degli interrogativi. Rimanere o tornare?
Il libro di Franceschini ti veste del desiderio di scrivere. Di prendere la penna per raccontare. I sogni lontani. E quelli vicini.


La prima notte dormita in camper, in uno spiazzo deserto accanto all’Highway 211, in Virginia. L’ululato del vento, un tappeto di stelle, la strada buia e infinita. Il silenzio innaturale delle grigie colline che ci circondano.

Nel cuore economico degli Stati Uniti. Una vista a spicchi sulla Grande Mela a 320 metri d’altezza in un freddo pomeriggio d’inverno, mentre lì su nevica e sotto nessuno se ne accorge.

Viaggio nel quartiere newyorkese, simbolo della cultura afro-americana, fra scene di vita quotidiana e i colori dei tanti writer che abbelliscono le serrande dei negozi.