
laFeltrinelli.it
Webster.itTutti hanno sognato il viaggio on the road almeno una volta, tutti hanno immaginato di camminare verso l’orizzonte, zaino in spalla e mente aperta e libera da ogni costrizione del vivere civile comunemente inteso. “Viaggio in India” è la prova che il vagabondaggio alla scoperta di nuovi territori è sempre esistito, che non è appannaggio di Kerouac o dei soli autostoppisti americani, ma è connaturato nell’essenza stessa dell’essere umano.
A leggere le parole di Kipling verrebbe da pensare “conosci la Strada, conosci te stesso”, visto che questo libro snocciola uno dopo l’altro ogni difetto o particolarità propria del viaggiatore, dal novellino smarrito all’esperto impertinente. Interessante è notare come, nonostante il testo risulti ormai datato, le sue caratterizzazioni dei vari viandanti possibili risultino ancora attuali.
Il vademecum del viaggiatore si delinea sin dai primi capitoli con una prima evidente, sostanziale divisione, quella fra il viaggiatore “turista”, ed il viaggiatore “vagabondo”. L’analisi è spietata, sardonica, lineare e degna di un suo rigore logico innegabile. È in grado di dare al libro una nota di colore, seppure dal sapore acidulo.
Turista è colui che usa il verbo “fare”, lui fa un luogo, non lo visita, come se fosse solo un oggetto di una lista di cose tutte uguali, piatte, indefinite. Vagabondo è colui che esplora, non si affida a itinerari o ritmi prestabiliti, ma bensì segue il flusso, le influenze e le indicazioni che un posto è in grado di regalarti con i suoi rumori, i suoi odori. Vagabondo è chi si affida ai sensi per una piena comprensione del luogo altro.
Il libro nasce da una serie di articoli che il giovanissimo Rudyard Kipling scrisse tra il 1887 ed il 1888 per due quotidiani indiani. Ne conserva la funzione informativa, non scadendo comunque nel didascalico, ma piuttosto ricreando le tappe di un viaggio a cavallo fra oriente e occidente, poiché anche se il suolo è indiano, quello che riaffiora fra le pagine è il dominio inglese in India, e la cultura contemporaneamente doppia e unica che ne deriva, quella dello stesso autore.
Il rapporto fra la cultura indiana e quella inglese costituisce l’ossatura del libro, è la cartina al tornasole che misura il visibile, il narrato, il contenuto di pagine e pagine. Due culture legate dalla storia. L’ago della bilancia si sposta ora verso una cultura, ora verso l’altra, continuando ad oscillare in un mare di rimandi che più che definire una delle due, da vita ad un pout pourrì ricco e profumato.
La società indiana ci è proposta poco a poco. Le caste appaiono come la più naturale fra le divisioni sociali, soluzione necessaria e imprescindibile.
L’architettura è spiegata con amore, i luoghi sono sentiti, penetrati. Il cielo è sempre narrato con un occhio di riguardo, come se intimasse al viaggiatore di cercare in esso la sua guida, la sua bussola. Un cielo che ritrova nelle parole di Kipling il ringraziamento per il lavoro svolto, in una prosa che sembra un’ode.


Viaggio nel più grande stato del subcontinente indiano. Assaporando le specialità di ogni luogo e delle sue tradizioni, a volte d’origine tribale. Una carrellata di monumenti e città in un caleidoscopio di colori per scoprire una delle zone più affascinanti e antiche dell’Asia.

Potenza economica del terzo millennio o baraccopoli che sguazzano nella povertà? Internet point o tradizioni millenarie? Il professor Stefano Beggiora ci svela il nuovo volto del subcontinente indiano.

Ultima tappa e ultima dimensione. Genova vista dalle balconate panoramiche apre l’anima a emozioni forti e sempre più intense. Come lo spirito di questa città.