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07.11.2008

Viaggiare, lavorare, morire da clandestini

di Anna Maspero

DETTAGLI DEL LIBRO


Titolo: Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini
Autore: Fabrizio Gatti
Editore: Bur
Anno: 2007
Prezzo: € € 9,60
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“È stato facile diventare Bilal. È bastato polverizzare con la suola l’ultima cenere della carta d’identità. Ma da allora Bilal non se n’è più andato”, scrive Fabrizio Gatti. Anche per me, chiuso il suo libro, Bilal non se ne è più andato. Non è certo un romanzo strappalacrime, ma proprio perché, purtroppo, non è un romanzo, mi sono commossa leggendolo. E’ sostanza senza retorica, è carne e sangue. E’ un coro di voci e di volti che ti prende e non ti lascia più. Bilal ti coinvolge e poi ti sconvolge, togliendoti dagli occhi quel velo ipocrita che permette di non sentirsi responsabili.

Dovrebbe diventare libro di lettura in tutte le scuole medie d’Europa, come un tempo leggevamo Cristo si è fermato a Eboli per conoscere quell’Italia fatta di povertà e di emigrazione che ci eravamo da poco lasciati alle spalle. Allora eravamo “italiani brava gente”. Dopo la lettura di Bilal non riesco a dire lo stesso di noi italiani di oggi. Gatti descrive la stessa disperazione di allora, ma questa volta noi siamo dall’altra parte della barricata.

Bilal è un libro necessario, anzi indispensabile. Per chi dice di amare l’Africa, per chi si dice viaggiatore, ma soprattutto per tutti noi che ogni giorno l’Africa la incontriamo nelle nostre città e ha il volto di tanti Bilal, Amadou, Mohamed, Fatima, Joseph, Amina… “Se arriveranno vivi in Europa, li chiameranno addirittura disperati. Anche se sono tra i pochi al mondo ad avere ancora il coraggio di giocarsi la vita carichi di speranza”.

Forse è vero, le parole non cambiano il mondo, però aiutano a superare paure e pregiudizi, a non diventare cinici, a risvegliare l’animo assopito e ormai assuefatto alla “sottile banalità del male”. E forse possono restituire a questi uomini e a queste donne, nati dalla parte sbagliata del mondo ed entrati in Occidente dalla porta sbagliata, quella dignità che si meritano per il loro coraggio e la loro sofferenza.

Anche i peggiori di loro, perché la lotta per la sopravvivenza inevitabilmente mescola solidarietà con furbizia, quando non sopraffazione e violenza, e spesso conduce a una deriva esistenziale cui è difficile opporsi, soprattutto nella solitudine di un mondo che ti è estraneo.

Fabrizio Gatti si trasforma in Bilal e attraversa il Sahara sugli stessi camion dei clandestini, lungo la rotta della nuova tratta degli schiavi. Perché di questo si tratta, mercato di carne umana, spesso con gli stessi intermediari arabi di un tempo. Gatti racconta dal di dentro la sconvolgente e dolorosa odissea di queste moderne carovane in marcia dal Sud del mondo.

Inseguono il sogno ingannevole dell’Europa per sopravvivere, per mantenere la propria famiglia, per sfuggire a guerre infinite, per inventarsi un futuro al di là del Mediterraneo. Molti di loro il mare non lo vedranno mai e le fredde statistiche ci dicono che il dodici per cento di chi non è già stato inghiottito dalla sabbia, lo sarà dalle onde.

Per Gatti “vedere le cose dall’interno è l’unico modo per garantire credibilità”. Viene arrestato come immigrato clandestino e vive sulla propria pelle la sconvolgente realtà dei centri di permanenza temporanea. Fa i nomi di chi è connivente o complice di questo mercato, senza tacere le responsabilità dei governi e denunciando le “verità” dei rapporti ufficiali.

Quando il lettore pensa che ormai non ci può essere nulla di peggio di questo tragico esodo attraverso il Sahara e il Mediterraneo, gli stessi paesaggi teatro delle nostre vacanze e dei nostri viaggi, ci racconta la clandestinità in Italia, la prostituzione forzata, il lavoro nero nei cantieri edili e nei campi di pomodori della Puglia. Ma la via crucis non è ancora finita.

Gatti ripercorre a ritroso lo stesso cammino, seguendo i rimpatri forzati, un “controesodo” che non è il nostro ritorno dalle vacanze estive, ma il cinico frutto delle espulsioni in massa in cambio di commesse e accordi fra governi. Interi convogli scomparsi, centinaia di morti di sete e di fame fra le dune di uno dei deserti più belli del mondo.

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