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Webster.itTra Kierkegaard e Wittgenstein, in una nazione italiana che presa nel suo insieme scivola nell’indifferenza dichiarata non solo al passato, ma anche al futuro, Franco Arminio propone la sua “didattica” della “paesologia”, una sorta di scienza poetica della quale egli si fa promotore nella vita quotidiana.
Muovendosi attorno alle sue terre di origine (l’Irpinia), ma anche tenendole presenti come un baricentro quando il discorso si sposta su altre zone vicine o lontane (il Sannio, la Val Germanasca al confine con la Francia, il Salento), Arminio traduce e vede rispecchiarsi la sua visione profondamente malinconica della vita nell’oggetto della sua analisi: il paese con la minuscola, i borghi che costituiscono gran parte della geografia sociale dell’Italia.
La paesologia è l’attraversamento quotidiano di paesi e frazioni, conosciuti o meno, ma in qualche modo sempre familiari. Le ragioni che spingono Arminio a questi reportage fondono la ricerca esistenziale del dialogo con fenomeni sociali e storici di grande portata.
Da un punto di vista sociale, l’autore è determinato a capire se ci sia un senso di fondo nella profonda “dicotomia” che caratterizza l’agire quotidiano e la vita politica in Italia. In particolare sono i ricordi dei terremoti in Irpinia, ma anche catastrofi più recenti come quella di San Giuliano di Puglia, a lasciare Arminio (e con lui il lettore) perplesso.
Tutti i paesi visitati condividono il cuore poetico su cui Arminio si dilunga, ovvero l’abbandono, la sospensione della vita quotidiana (la “vita che declina a quarant’anni”, per usare una delle tante intuizioni di prosa poetica presenti nel testo); ma questa tristezza, in alcuni luoghi come Bonefro (Campobasso) o Fontanarosa (Avellino) presenta invece un gusto per l’esistenza talmente dignitoso da creare figure quasi astratte, più vere del vero.
I paesi irpini, ad esempio, sembrano avere affrontato talvolta la ricostruzione in modi inaspettati, riorganizzando la vita in paese non con criteri più simili a quelli dei paesi più grandi ma con progetti architettonici (acquari, chiese rimodernate, brutte piazze) a metà tra il faraonico, il surreale, in generale legato a un cattivo gusto da un lato frustrante, eppure dotato a suo modo di una vitalità diversa dal semplice “morire” dei paesi nel tempo.
Dall’altro lato c’è ad esempio il rigore della Val Germanasca, zona di origine della religione valdese: anche qui la vita quotidiana è fatta di piccoli negozi, di ore lente e di lavoro un tempo massacrante e oggi misterioso nella sua organizzazione sempre più frammentata.
Nel nord meno legato al consumismo come nel sud meno conosciuto, esiste insomma uno strano rigore che trascende la tristezza di superficie dei paesi svuotati e abitati da figure spesso patetiche. E’ una prospettiva rovesciata e poetica che dalla desolazione fa derivare anche il suo contrario, alla ricerca di una grazia che entri in contatto con la storia e il futuro.


Viaggio nel nord-ovest francese, in Bretagna. Tra i sapori del mercato del pesce di una cittadina che deve la sua fama all’ostricoltura, a cui è dedicato un degno monumento.

Polveri colorate e lanterne. Un rettangolo d’asfalto. Volti stanchi e pochi oggetti personali. Artisti da strada che coi loro dipinti realizzati in gessetto creano un tappeto di quadri. Itineranti personaggi che girano il mondo.

Un luogo vasto e storico che comprende l’Italia, la Francia, la Spagna, dove si parla un’antica lingua romanza e dove il tempo è fermo come un vecchio orologio non funzionante.