laFeltrinelli.it
Webster.itQuando il 17 novembre 1962 il poeta Aleksandr Tvardovskij, direttore della rivista Novyj Mir pubblica il racconto lungo “Una giornata di Ivan Denisovic” non può prevedere l’effetto terremoto che provocherà: in pochi giorni si esaurisce una tiratura di centinaia di migliaia di copie. L’opera diventa subito un caso politico che supera l’evento letterario.
Infatti, per la prima volta in URSS veniva rappresentata sotto forma letteraria la realtà di un lager sovietico del periodo tardo-staliniano. Fino a quel momento, l’ordine ufficiale era stato il silenzio, e l’opera-denuncia di Solženicyn apre la strada a quella che sarà definita lagernaja literatura, la letteratura del lager.
In realtà la scelta di Tvardovskij fu quanto mai propizia e non certo dovuta al caso. Nel 1956 Nikita Chrušcev aveva letto durante il XX congresso del partito comunista il “rapporto segreto” sui crimini di Stalin, nel 1961 aveva emanato un decreto di rimozione del corpo imbalsamato dello stesso dal Mausoleo sulla Piazza Rossa, il disgelo era ormai iniziato, senza contare che il racconto di Solženicyn uscì con il benestare dello stesso Chrušcev.
La realtà dei lager sovietici era nota in occidente sin dagli anni Trenta, ma ai deportati veniva vietato di parlare della loro esperienza dopo la liberazione; in seguito alla destalinizzazione, alcuni Gulag furono smantellati e i documenti distrutti, ma non tutti quelli umani: la prova vivente dell’esistenza dei lager.
Uno di questi “documenti viventi” è proprio Aleksandr Solženicyn, che nel 1945 viene arrestato per presunta “attività antisovietica” e condannato a otto anni di lavori forzati in un lager del Kazakistan, a cui si aggiungono, in seguito, altre tre anni di confino. Dalla sua esperienza nel Gulag nasce il racconto.
Senza odio, con tono quasi distaccato, servendosi dell’alter ego Ivan Denisovic Šuchov, ci racconta in modo realistico e dettagliato una giornata, dall’alba al tramonto del gennaio 1951, della vita quotidiana di un carcerato rinchiuso insieme ad altri detenuti politici in un lager staliniano.
Il ripetersi ininterrotto e ossessivo di minuziosi gesti compiuti giorno dopo giorno, come non perdere il proprio cucchiaio o ottenere un mestolo di minestra in più, scandisce il tempo di un’allucinata esistenza. Non ci sono particolari efferatezze, l’autore vuole dimostrare come gli uomini possano sopravvivere e rimanere fedeli a certi valori anche in quelle terribili condizioni.
Il lager di Solženicyn, inoltre, tende all’universalità: nel campo di Ivan Denisovic si raccolgono le caratteristiche del mondo concentrazionario sovietico: gerarchie, violenze, repressione, corruzione, organizzazione irrazionale del mondo del lavoro.
La denuncia di Solženicyn è netta e riguarda tutto il sistema non solo i campi, è un’intera organizzazione che viene chiamata in causa.


Viaggio all’estremo oriente europeo. Nella città dove si sviluppò l’attività nucleare sovietica. Importante nodo stradale-ferroviario interno, e verso la Russia, oggi si presenta come uno dei principali centri economici, culturali e di ricerca.

A pochi chilometri dalla capitale lituana, Vilnius, per rivivere sulla propria pelle il regime dell’Unione sovietica. Bastano cinquanta euro.

Il parlamento lituano mette al bando i simboli del comunismo e li equipara al nazismo. Ma c’è qualcuno che ha il coraggio di gridare allo scandalo.