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09.03.2009

Un picaro vede l’Italia

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DETTAGLI DEL LIBRO


Titolo: Terra matta
Autore: Vincenzo Rabito
Editore: Einaudi
Anno: 2007
Prezzo: € 18,50
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E’ stato il caso letterario del 2007, e il clamore suscitato dalla sua pubblicazione è davvero meritato. Passato attraverso un necessario lavoro di editing durato quasi sei anni, “Fontanazza” (questo il titolo originario del dattiloscritto) ha acquistato una leggibilità che ne esalta la forza narrativa ed espressiva.

Ma seguiamo con ordine lo sviluppo di questo libro. Vincenzo Rabito (nato nel 1899 e scomparso nel 1981), alle soglie della vecchiaia, nel 1968, decide di lasciare alla propria famiglia il ricordo autobiografico della sua esistenza, che non esita a definire “maletratata, guerreggiata e desprezata”. Rabito infatti è uno dei milioni di italiani poveri che “hanno potuto solo sentire la gente” e “imparare qualcosa per mezzo di loro”.

Orfano e bracciante, non ha potuto frequentare le scuole. Eppure un senso quasi involontariamente cinematografico della realtà, un piacere istintivo della vita vissuta, gli ha permesso di sviluppare alla perfezione la memoria e il gusto del racconto.

Per questo, tra il 1968 e il 1975, prima di essere interrotto bruscamente da una malattia, Rabito passa le proprie giornate a scrivere su una vecchia Olivetti le proprie memorie-in modo del tutto istintivo: come si può vedere dalla prima pagina del volume, riprodotta all’inizio del testo, tutte le singole parole sono separate da un punto e virgola.

La mescolanza di italiano e siciliano è un ibrido di dialetto e “scrittura parlata” di bellezza non scontata (basti pensare a un termine ricorrente come “rofiano” che viene usato come epiteto per moltissime persone, incluso lo stesso Rabito).

Ma c’è soprattutto una dimensione storica veramente epica, e appunto degna di un grande film, nel racconto. Rabito attraversa 70 anni di storia italiana tra umiliazioni e furbizie subite ed altrettanto fatte subire agli altri. Esilarante e doloroso è il racconto degli opportunismi politici con cui Rabito, di fede comunista, deve reinventarsi fascista o democristiano per sopravvivere e per garantire un futuro alla famiglia.

La famiglia è appunto un leit-motiv del testo, sempre descritta con un senso di disillusione: orfano, Rabito è legatissimo alla madre e ai fratelli, mentre in pagine degne di un trattato di sociologia del nostro paese ricopre di invettive la famiglia della moglie, guidata da una nobile spiantata e maldicente che l’autore, esasperato, finisce per prendere a sedie in testa.

Passando attraverso due guerre, un lavoro da minatore in Germania e da operaio nella tristissima Africa fascista, Rabito arriva agli anni ’60 come padre di tre figli ormai borghesi e inquieti, ma amatissimi, ed è altrettanto riamato da loro.

Le pagine finali in cui Rabito descrive la spensieratezza dei figli, che lo coinvolgono in assurdi viaggi tra Bologna, Milano e la Sicilia, hanno quasi il gusto inedito di una pace raramente provata tra generazioni diverse dello stesso Paese.

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