
laFeltrinelli.it
Webster.itCome una macchia di sangue che invade. Che scende, e pare non avere mai fine. E non c’è modo di fermarla. Fin dalla copertina, il libro “tutta la violenza di un secolo” di Marcello Flores, ci trasporta in una dimensione in cui non ci sono buoni e cattivi. I morti che l’uomo ha partorito nel ‘900 raccontano un mondo.
L’analisi di Flores, insegnante di Storia Contemporanea e Storia Comparata alla Facoltà di Lettere dell’Università di Siena, nonché direttore del Master in Human Rights and Humanitarian Action, apre l’obbiettivo sui tanti aspetti della violenza. La sua intensità. L’intenzionalità. Il suo background.
Nell’excursus dei conflitti che il docente propon, c’è di che restare a bocca aperta solo dai numeri post guerre mondiali. Indonesia: cinquecentomila morti. Cambogia: quasi due milioni di morti. Bangladesh: tre milioni di morti. Ruanda: ottocentomila morti. Corea: tre milioni di vittime. E la lista continua ancor e ancora per molte pagine.
Ma la guerra ha una sua genesi. Un tempo si battevano solo gli eserciti. Col passare dei secoli s’è allargata a macchia d’olio andando a mietere fra le vittime dei conflitti attuali il 97per cento della popolazione civile. Il tragico “battesimo” avvenne con la prima Guerra Mondiale.
Ma la violenza ha più facce e Flores constata amaramente che quella di qualcuno è tollerata, quella d’altri no. A seconda dell’interesse politico. O della convenienza. Ci sono stati dittatori scacciati, e altri addirittura sponsorizzati. Non è un mistero che Cina e USA si bendarono gli occhi di fronte ai massacri di Pol Pot nel 1977 in Cambogia, in quanto lo stato asiatico era inviso all’ex-URSS.
E che dire dell’indifferenza mostrata dall’ONU per il genocidio ruandese (1994), e la mattanza di Srebrenica in Bosnia (1995)? Altro punto chiave del libro: la violenza che degenera e porta l’essere umano a fare più che a uccidere. Ad annientare. A torturare. A stuprare. A violentare chi non è in grado di difendersi.
Il libro è un viaggio nella comprensione di ciò che può scatenare simili azioni. Perché capire non vuol dire giustificare. E La guerra totale, esattamente come quella civile, si fonda su due tragici postulati: l’equiparazione ormai dei civili ai militari e la propensione a sterminarli senza alcuna remora, e la possibilità di largo sacrificio dei cittadini se questi dovesse servire all’annientamento del nemico.
E una volta arginata la violenza, cosa si deve fare, si domanda Flores. C’è più bisogno di giustizia o verità? Qual è l’obbiettivo della giustizia dei crimini di guerra? Punire gli sconfitti con il modello Norimberga, o ascoltare le storie per risalire alla verità come successe in Sudafrica?
“Una vittoria può cambiare anche la storia della memoria” scrive l’autore, “Il controllo delle coscienze è stato da sempre obbiettivo primario della politica, in ogni sua forma. E la memoria pubblica è un formidabile strumento di quel controllo”.
Bisogna imparare a comprendere le ragioni e le cause che hanno creato certe mostruosità, o ci auto-condanneremo a ripetere gli stessi sbagli. O peggio, vedremo sempre più nuove forme di violenza svilupparsi. Per chi credeva di vivere in pace dopo il crollo della super potenza sovietica, si è trovato un giorno a essere destato da un frastuono: l’11 settembre 2001.
Terrorismo. Lo spettro del XXI secolo. E cosa è successo da allora? C’è chi ha risposto con la guerra. Con altra violenza. Civili massacrati prima in Afghanistan e poi in Iraq. Sulla stessa onda, repressioni nel nord Africa, in Cecenia. Negazioni di libertà. Di pensiero. Di parola. Masse sovrumane di sfollati, morti e profughi.
Ecco le guerre del domani. La violenza dell’oggi semina con successo le guerre del domani.


Sono passati vent’anni dallo scoppio della guerra nei Balcani. Nel 1991, nella cittadina all’estremo oriente della Croazia, si consumava un atto di atrocità il cui responsabile è stato recentemente arrestato.

Dopo la guerra, l’odio, le bombe e i morti, la capitale della Bosnia ed Erzegovina riprende lentamente a vivere. Piccolo viaggio nel cuore della città bosniaca.

Il processo di sminamento procede in maniera lenta. Le stime in questa parte della Bosnia dicono che con i ritmi attuali, ci vorrebbero ancora 370 anni.