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Webster.itBruce Chatwin diceva che ci sono due Timbuctu, una reale e una mentale. Secondo Marco Aime, autore di Timbuctu per la Bollati Boringhieri, ce ne sono invece molte, avvicendatesi nel tempo e nella mente degli uomini. Città santa per i musulmani, luogo di commerci e piaceri per i mercanti sahariani, immenso Eldorado se visto dal Mediterraneo, altrove mitico e irraggiungibile per gli esploratori, affascinante simbolo di lontananza per i viaggiatori, centro del mondo, del loro mondo, per i suoi abitanti…
Leggendo il libro di Aime si intuisce subito la lunga frequentazione e il profondo legame dell’autore per questa città assediata dalle dune e velata dalla polvere del deserto. Ma per molti lettori, viaggiatori e sognatori, Timbuctu è spesso solo un nome che indica non tanto una città reale quanto un luogo vago e difficile da raggiungere.
“Regina delle sabbie”, “perla del deserto”, “Atene africana”: molti sono i nomi dati alla mitica città proibita, sogno e ossessione di tanti esploratori che persero la vita per raggiungerla. Poi René Caillié, un francese travestito da nomade arabo, riuscì a entrarvi nel 1828. Dai suoi racconti emergeva però la delusione per la tristezza e l’inerzia che vi aveva trovato.
Già allora erano lontani i fasti del tempo in cui Timbuctu era la capitale di un grande regno sub-sahariano e il maggior centro culturale dell’Africa occidentale, dove si scambiavano mercanzie, ma soprattutto si incontravano pensieri e culture. La città, povera per natura, era divenuta una sorta di Eldorado africano grazie alla sua posizione all’incrocio fra le rotte commerciali che univano l’Africa Nera al Mediterraneo.
Lì si incontravano le piroghe cariche d’oro che risalivano il Niger e le grandi carovane che attraversavano il Sahara. Della trascorsa grandezza rimangono oggi solo alcune antiche moschee e un tesoro di preziosi manoscritti. E rimane un melting-pot di razze che ne fanno una città diversa e di difficile decifrazione. Timbuctu è un’Africa che spiazza anche il moderno viaggiatore. Soprattutto se si è abituati a leggere la storia attraverso i monumenti, che lì non ci sono. O se ci si aspetta l’Africa delle etnie, mentre lì troviamo caste e classi sociali. O se si cerca la religiosità animista, mentre lì si incontrano solo moschee.
L’elusiva Timbuctu diventa allora uno specchio per riflettere sul nostro mondo e sulla nostra idea di storia. “Vista di qua, da questa piazza sabbiosa che confonde l’immensità del Sahara con la più antica moschea d’Africa, la sabbia anarchica delle dune con la terra impastata e lavorata dagli uomini, anche l’Europa appare diversa”, scrive Aime.
E per ultimo Timbuctu, avvolta da quest’aura di lontananza, offre l’occasione di essere “scoperta” con ritmi e tempi più lenti di quelli normalmente concessi dai viaggi mordi e fuggi: se si rinuncia al volo Bamako-Timbuctu, ma vi si giunge attraversando il deserto o risalendo le anse del Niger su una tradizionale pinasse, si scoprirà che nel viaggio l’importante non è solo arrivare, ma soprattutto “andare verso”.


Viaggio in uno dei quartieri più famosi della città della Catalogna. Un luogo affascinante e storico dove convivono razze e culture diverse. E dove nell’ultimo periodo il nuovo ha cercato di vincere il degrado.

Originario della zona intermedia tra il Sahara e l’Africa Nera, questo prodotto è parte della storia e della cultura delle popolazioni locali. E caratterizza la sopravvivenza di molti villaggi.

La capitale della Spagna ospita uno dei musei più importanti e visitati al mondo. Il luogo in cui vivono artisti immortali, capolavori che valicano i confini del tempo.