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Webster.itRicordo la prima volta che vidi l’India. Aveva gli occhi di Dominique Lapierre. Era vestita delle sue parole, che sembravano inseguirsi come i bambini tra le affollate vie di Calcutta. Ne rimasi affascinata. Quel mondo non l’avevo mai sfiorato. Eppure riuscivo a percepirlo. Fu allora che ebbe inizio il mio viaggio. Cercavo l’India nei libri. Negli autori che avevano avuto la fortuna di camminare a piedi nudi sulla sua terra. Quel contatto potevo solo provare ad immaginarlo.
Dal giorno del mio “incontro” con Lapierre, l’India, così lontana, non ha mai smesso di stupirmi. È un paese che si svela poco a poco. Sottovoce. Il rumore assordante delle metropoli non riesce a coprire il suo respiro. A tratti affannoso. A tratti calmo. Quasi rassicurante.
L’India tocca con insistenza i miei pensieri. Torna a raccontarsi nell’esperienza di Giorgio Ricci, autore del libro “Sette autisti, un’automobile indiana”. Sette capitoli per sette guide a bordo di una bianca Ambassador, il primo modello di autovettura costruito interamente in India.
Lo scrittore si affida a loro per attraversare, in quarantadue giorni, le trafficate strade del paese. Incontra il sorriso, la curiosità e la disponibilità della gente del posto.
Spinto dalla passione per la fotografia ad andare in luoghi bui, nei mercati, nelle stazioni ferroviarie, addirittura in un mattatoio, Ricci considera la sua esperienza una sorta di espiazione. Riflessioni sulla fortuna di un’esistenza sicura si alternano allo sguardo triste di chi osserva il volto più nascosto dell’India.
Parte da solo, l’autore. Per conoscere i propri limiti. Ritorna più ricco. Diverso dall’uomo che era prima del viaggio. Appunta sensazioni ed emozioni su fogli di carta. Quelli che compongono le pagine del suo libro.
Pochi turisti, in India. «You are not italian». Uno degli autisti si rivolge a Ricci con queste parole. L’autore non nasconde il sorriso. In fondo, parte della sua anima rimarrà per sempre indiana.


Il subcontinente asiatico, che ha affascinato generazioni, oggi sta scomparendo sotto la commercializzazione della sua spiritualità e le contraddizioni di una società con tanti problemi.

L’immenso corso d’acqua indiano non è solo il fiume sacro per antonomasia. E’ anche ricordato per numerosi primati, non sempre positivi: tra i più lunghi del mondo è anche tra i più inquinati.

Gli incontri che si fanno qui, tranquilla cittadina il cui lago è veneratissimo dagli indù, sono di quelli che rimangono impressi nella mente del viaggiatore che sa lasciarsi trasportare dal diverso.
Bello, emozionante e capace di raccontare l’India in un modo davvero speciale. Lo consiglio a tutti!