
laFeltrinelli.it
Webster.itUna foto, quando in grado, riesce a dire molte più parole di quelle che uscirebbero dai calamai di un intero plotone di scrittori. Dietro questo paradigma si fonda il libro di Luigi Farrauto “Senza passare per Baghdad”, un racconto che usa la fotografia come spunto di riflessione e punto di partenza.
Due stili di vita, due personaggi a confronto pronti a mostrare ogni sfaccettatura del proprio essere in un romanzo epistolare dell’inespresso, del non detto, del non scritto e del non spedito, per un monologo a due forte di un legame, quello dell’amicizia, importante per i due e fondante per il testo.
Due amici e fotografi con visioni diametralmente opposte del viaggio, del suo significato. Il primo, Alex, elegante e introverso, è un manista, fotografo a tempo perso, esteta e amante della tecnica e della precisione dietro l’arte. Il secondo, Jari, dinamico e inarrestabile, è il fotoreporter di professione, con il pallino dell’avventura e con un’idea di viaggio che travalica i limiti della nozionistica.
“Il viaggio è un calderone sociale, in cui qualunque classe gioca con le stesse regole e si misura con gli stessi dadi”.
La loro visione del mondo e del viaggio coincide perfettamente con quella che hanno della fotografia, che diventa metafora di vita e biglietto da visita della personalità padrona del capitolo. Fotografia come arte, persona e viaggio, nell’intreccio di flussi di coscienza volti l’uno di fronte all’altro come in un gioco di specchi in cui il tema del doppio nasce, si sviluppa e risolve nel viaggio di una vita.
Il libro nasce nel buio della camera oscura, cullando Alex in uno stato prenatale, intendendo come nascita il momento in cui il viaggiatore rompe il guscio e parte alla scoperta, all’avventura, in cerca di un amico che, da fratello, lo aspetta al di là della frontiera per portarlo in una dimensione non più personale ma universale, per aprirlo definitivamente ad un mondo che ha sempre guardato da dietro l’obiettivo, protetto da ferrea disciplina e rigide regole tecniche pronte ad andare in frantumi appena sottoposte all’entropia del mondo.
Il percorso che parte da Milano e arriva, “Senza passare per Baghdad”, a Damasco, la città araba il cui nome, invece che scritto, appare come il dipinto di “un prato con le api e i fiori”, porterà ad una rinascita che sarà promettente come la primavera lo è con la natura. Il riunirsi di due amici metà dello stesso cielo.


Indimenticabile virtuoso della fotografia. L’uomo che in uno scatto riusciva a catturare il respiro vitale delle persone.

Viaggiatore del mondo. Testimone attento e meticoloso ha saputo rendere con le sue parole l’essenza vera e intima di cosa ha visto e vissuto.

Sfregiati dall’odio cieco dei talebani nel 2001, le imponenti statue afgane dovrebbero tornare al loro antico splendore grazie agli sforzi della Comunità internazionale. Che prima deve però pensare alla ricostruzione del paese asiatico.