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Velocità, leggerezza, ma anche un’insperata e rinfrescante ventata di razionalità. Questa è la sensazione trasmessa dall’antropologo francese Marc Augé nel suo breve elogio della bicicletta.
Augé è diventato celebre soprattutto per l’invenzione del concetto di “nonluogo”, categoria in cui rientrano non solo i grandi spazi di vita della modernità (aeroporti, stazioni, bar, locali), ma indirettamente tutti gli oggetti di cui ci serviamo, soprattutto le conquiste della meccanica e dell’elettronica.
Lo studioso francese non è arrivato a tracciare scenari apocalittici, ma certamente ha evidenziato la crisi delle relazioni umane derivata dallo sviluppo abnorme di questi spazi, bellissimi e però mai veramente vissuti.
Come risposta a questi scenari, in un’utopia fatta di gentilezza, razionalità e impegno prima di tutto politico, Augé elenca i pregi della bicicletta e il suo potenziale urbanistico e turistico per il futuro.
Il riferimento principale è Parigi, città di cui Augé sottolinea la “fusione tra presente e futuro” nel bene e nel male. Questo futuro è rappresentato proprio da Vélib, il sistema di noleggio delle biciclette lanciato a Parigi nell’estate 2007 e presto imitato in molte capitali europee.
Il successo di Vélib è stato prima di tutto culturale e turistico. La città in cui è nata la “flanerie”, il culto della passeggiata e degli itinerari “improvvisati”, decisi sul momento, ha visto risorgere questo fenomeno popolare e intellettuale proprio attraverso la costruzione di nuove piste ciclabili.
Un secondo aspetto evidenziato è il potenziale turistico-sportivo del ciclismo, che potrebbe uscire dalle secche del doping e della commercializzazione attraverso i progetti in atto di Tour europei in grado di attraversare tutto il continente.
L’utopia di Augé non è però priva di contraddizioni. Le piste ciclabili parigine, infatti, attraversano soprattutto il centro della città, che già in sé è difficilmente accessibile alle automobili. Il problema dell’attraversamento (per lavoro, ma anche per scoperta) delle periferie non sembra essere stato in sostanza affrontato.
Augé dà poi cifre che rimarcano come tra ciclisti e automobilisti ci sia tutt’altro che una “pax”: se Parigi nel 2005 aveva 327 km di piste ciclabili, nello stesso anno si contavano 83 ciclisti morti e 28 gravemente feriti in incidenti stradali.
Anche per questo Augé sembra non fidarsi completamente dell’utopia ecologista che pure propone. L’Italia stessa è un simbolo delle contraddizioni europee. L’autore cita centri medi come Modena e Bologna quali esempi di urbanistica che ha accolto la bicicletta e non si lascia suggestionare dal culto dell’automobile ancora evidente nelle metropoli italiane ed europee, al di là dell’efficienza nel lavoro garantita dall’automobile e dai suoi derivati.

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