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10.03.2010

Pallone e politica: la distruzione dell’Iraq

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DETTAGLI DEL LIBRO

Titolo: Baghdad Football Club (la tragedia del calcio nell’Iraq di Saddam)
Autore: Simon Freeman
Editore: Isbn Edizioni/ Il Saggiatore
Anno: 2006
Prezzo: € 18,00
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laFeltrinelli.it
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Le polemiche seguite all’intervento americano in Iraq nel 2003 non smettono di lasciare strascichi e amarezze nel mondo intero, non solo occidentale.

Uno dei tanti aspetti controversi del conflitto viene esaminato in “Baghdad Football club” da Simon Freeman, reporter e freelance inglese appassionato di sport e della relazione tra competizione e politica.

Si tratta della storia del calcio in Iraq, della sua parabola e del suo declino. Dall’Iraq come possedimento inglese fino ai terribili anni di Saddam e dei suoi figli fino alla caduta del regime, il calcio accompagna costantemente la travagliata storia del paese.

Strumento di unificazione sociale nel bene e nel male, il calcio è una grande passione in tutto il mondo arabo, nonostante i mezzi a disposizione inferiori rispetto all’Occidente.

Fino alla presa del potere da parte di Saddam Hussein, nel 1979, l’Iraq spiccava nel panorama del calcio mediorientale con un parco giocatori di discreta tecnica, e con regolari vittorie nelle competizioni continentali. Un quadro quindi promettente e non lontano dal percorso di trasformazione del calcio occidentale in business avviato negli anni ’70.

Sotto Saddam invece il calcio e tutto lo sport si trasformano in un’orribile macchina di violenza. Al figlio minore di Saddam, Uday, viene infatti affidato il controllo del Comitato Olimpico e di tutto lo sport nazionale, che di fatto viene distrutto.

La follia conclamata di Uday, secondo le testimonianze degli ex giocatori, lo spinge infatti a smantellare completamente gli apparati sportivi pre-regime, a intascare enormi risorse di denaro e a far torturare sistematicamente i giocatori, non solo dopo le sconfitte, ma anche quando a suo giudizio le vittorie non sono state accompagnate da prestazioni di qualità.

Le terribili violenze subite dai giocatori, i tentativi di fuga, le denunce inascoltate dalla FIFA, sembrano accompagnate dalla farsa che è sempre il risvolto della tragedia.

Ecco allora personaggi come Bernd Stange, allenatore tedesco della nazionale irachena, sospettato di avere collaborato con la STASI; o Ammo Baba, il più grande giocatore della storia del calcio iracheno, che da dirigente incarna alla perfezione tutte le ambiguità del periodo post-Saddam.

Il quadro disegnato da Freeman infatti distribuisce con accuratezza le colpe della mancata rinascita dell’Iraq tra un passato troppo distruttivo per poter essere cancellato e per un presente segnato da una ricostruzione a dir poco svogliata. Basti pensare che secondo Freeman, per la ricostruzione degli impianti sportivi di tutto il paese vennero stanziati a fatica solo 10 milioni di dollari, e che gran parte degli ex uomini di Uday Hussein sono rimasti di fatto alla guida dello sport nazionale anche dopo la fine del regime.

L’Iraq di oggi come un paese disorientato, senza un passato, un presente e un futuro; e lo sport come simbolo di un mondo alla deriva, in cui l’idealismo nasconde infiniti compromessi.

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