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Webster.itLa vita e la morte, la speranza e la sconfitta, la bellezza e la solitudine. L’inferno. La semplicità. Il viaggio e il tormento; alla fine, leggendo l’ultima parola dell’ultima pagina, ci si rende conto che non esiste un senso ultimo, una morale chiusa e definitiva.
Perchè “Novecento” entra di diritto nel grande cerchio dei classici, di quei libri che riletti anche cento volte non sono mai uguali a loro stessi.
Si legge in una sera: una sessantina di pagine dense, densissime di significati. Il racconto è tutto in prima persona, un monologo. Di solito, loro, i monologhi, sono pesanti, ma questo è di una leggera pienezza difficile a raccontarsi.
Viviamo le esperienze emotive del trombettista del Virginian, il quale si relazionerà a lungo con Danny Boodmann T. D. Lemon Novecento, nato e cresciuto dentro ad una nave, la Virginian appunto, che fa la spola tra l’Europa e l’America in un’epoca di massicce emigrazioni.
E impara a suonare il pianoforte. Sempre dentro la nave, che fa avanti indietro sull’Oceano. Un viaggio continuo tra due realtà diversissime tra loro e che Novecento vedrà sempre e soltanto da fuori, da dentro la sua nave.
E il pianoforte lo suona come nessuno mai prima di lui. E siamo sicuri che nemmeno nei secoli a venire ci sarà qualcuno in grado di eguagliarlo. Perché una fiaba è eterna, vince sempre, rincorre i sogni e li acciuffa.
Novecento diventa leggenda, suona magia, sconfigge anche chi ha imparato a suonare in modo professionale, perché il gioco viene compiuto in quella piccola nave che rappresenta il suo immenso territorio.
E dentro la sua pancia non può perdere. Lei è un po’ come la mamma che ti culla quando ancora devi nascere, quando tutto là fuori fa paura. Onde, silenzio, eternità.
Non scenderà mai. Vivrà per sempre a cavallo delle emozioni, farà eternamente il viaggio tra il vecchio e il nuovo, tra il nuovo e il vecchio. Senza mai calpestare la terraferma.
Sentirà, per tutta la vita, le grida degli emigranti in fuga dalla disperazione che avvistano la Speranza. Quel grido, America America, di chi ha negli occhi la voglia di vivere una vita nuova.
E già nel nome, datogli da un manovale che lo aveva trovato in fasce, c’è transizione, indeterminatezza, senso di inadeguatezza. Novecento, il secolo breve per molti, un secolo troppo denso di significati per essere analizzato senza smagliature.
E il padre acquisito, che aveva il colore della pelle scura, è pure lui evanescente, muore presto, prestissimo, travolto da una tecnologia troppo rapida per non essere feroce. E’ il novecento che avanza e Novecento teme la solitudine.
Un giorno sarà sul punto di scendere, di varcare quella soglia fisica e psicologica, dalla nave scenderà il primo gradino, il secondo, poi il terzo, di nuovo il secondo. E il primo. Inadeguato Novecento, novecento senza speranza, Novecento speranzoso.
Tornerà sulla nave e in una memorabile pagina Baricco ci darà la spiegazione: il pianoforte possiede una tastiera che è finita, e lui, Novecento, lì dentro fa una musica che è infinita, facendosi cullare da un oceano di note.
Dentro la sua mamma, che di nome fa Virginian, pura, tenera, protettiva, Novecento suona l’infinito attraverso il finito. Non ha paura. C’è la mamma. Ottantotto tasti. Ottantotto.
Ma là fuori? Oltre la nave? Oltre la mamma? Dal terzo gradino Novecento vede svilupparsi una spaventosa tastiera infinita, troppe case, troppe scelte da compiere, troppe donne, troppi uomini, troppe strade. Troppe. Troppo.
E l’umanità, troppa anche lei, fa sempre le stesse cose, perché l’infinito spaventa. Amore, odio, parole, carriera, e una falsità enorme di chi ha troppo da perdere perché ha troppo da vincere.
Siamo esseri finiti dentro un terribile infinito. Novecento, invece, decide di farsi esplodere con la sua mamma, la sua nave, e suonerà per sempre una melodia purissima con l’ausilio di soli ottantotto tasti. Ottantotto. Per sempre.


Nella città del vino, degli azulejos, adagiata sulla foce di un fiume che, mentre conserva un’aria un po’ decadente e vintage, si prepara l’”abito della festa”.

Aldino, emigrato in America. Nella fresca campagna della “Toscanella”. La sua casa, la sua terra. Lettere, foto e racconti d’emigranti. Le Americhe, l’Australia, la Francia e la malinconia di star via da casa.

Kim’s video, la mecca per ogni appassionato americano di film introvabili dopo venti anni chiude i battenti. A raccogliere la sua eredità ci pensa il paese siciliano. Una storia tutta di passione.
“Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare. Loro sono 88, tu sei infinito”…è una delle frasi più belle del romanzo. Novecento su quella scaletta vedo troppo, vede tutto, solo una cosa non riesce a trovare… la fine. Tutti dovremmo chiamarci, a volte, Novecento, perchè tutti abbiamo avuto, almeno una volta nella vita, paura d’intravedere l’infinito. Siamo troppo piccoli per contenerlo, ma l’infinito è abbastanza grande per abbracciarci. Grazie, Gabriel, per averci ricordato questa storia stupenda. Anna Maria
Baricco è un altro di quegli autori di cui non riesco mai a fare a meno. Non solo perché riesce a tradurre in parole i pensieri più semplici eppure più concreti delle persone. Perché riesce, anche se in forma romanzata, a darmi un punto di vista smepre nuovo con cui guardare le cose. Ad esempio sul destino, le sue insondabili decisioni e tempistiche. Per me, rimane indimenticabile il monologo sul quadro e il chiodo: “A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono (…) Non c’é una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’é che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato”. Ognuno è completamente artefice del proprio destino, oppure qualche volta interviene qualcosa che è al di fuori di noi? Quando rileggo il pezzo, mi pongo sempre questa domanda.
Grazie Gabriel!
Desirèe, Anna Maria,
avete citato i due passi che, secondo il mio punto di vista, sono i più rappresentativi e “romantici” di questo capolavoro.
Grazie a voi per aver completato il nostro articolo.
Grazie Gabriel del doppio regalo…bel libro e bellissima recensione! Attendo altri suggerimenti.
Luci
Grazie a te, Gabriel, per aver completato, con il tuo articolo, la nostra lettura… Anna Maria