laFeltrinelli.it
Webster.itIl più grande disastro industriale della storia. Avvenuto in India e raccontato da chi, l’India, ce l’ha nel cuore.
Milioni di contadini fanno i conti, da sempre, con i capricci del tempo. Un monsone che non arriva o che arriva in ritardo significa morte sicura, a meno di emigrare in altre zone del paese nella speranza, spesso vana, di trovare un lavoro.
Tutte professioni, tra l’altro, che ammazzerebbero la maggior parte di noi occidentali nel giro di una settimana.
E da secoli gli stessi contadini indiani devono lottare contro altri nemici, i quali si insinuano subdolamente tra le colture e distruggono i raccolti: gli insetti e i parassiti.
L’Union Carbide, multinazionale americana, negli anni ’70 inventa il Sevin, un potente pesticida. E ha capito che l’India è una nazione ideale per impiantare una fabbrica di produzione di questo nuovo prodotto.
Per due motivi: anzitutto perché i contadini sono tanti e gli insetti che devastano le colture ancor di più e secondo perché la manodopera è abbondante e costa poco. Pochissimo.
Si decide per Bhopal, città tanto ricca di cultura quanto povera materialmente; sono migliaia, infatti, le persone che vivono ammassate in baracche lungo i binari della ferrovia, proprio sotto la famosa Spianata Nera, una grande distesa di terra all’interno della quale l’Union Carbide darà vita alla “Bella Fabbrica”.
Una benedizione per quanti vivono con meno di 10 rupie al giorno (gli attuali 15 centesimi di euro). La possibilità, concreta, di avere un lavoro vero, ben retribuito e con salde garanzie sindacali.
Saranno tanti a lavorare per la “Bella Fabbrica”, sono anni in cui l’Union Carbide spinge al massimo la produzione, nella speranza che i contadini acquistino in massa il prodotto miracoloso.
Senza fare i conti con le carestie legate all’andamento irregolare dei monsoni, questi ultimi indispensabili ad esempio alla crescita del riso, e che fanno i capricci proprio in quei primi anni di produzione di Sevin.
E se non piove i campi non danno frutti. E se i campi non danno frutti i contadini rimangono senza soldi. E senza soldi non si può comprare il Sevin, il quale, tra l’altro, in condizioni di quel tipo non servirebbe a nulla. Una spirale di miseria contro cui la potente multinazionale americana nulla può.
Dunque la “Bella Fabbrica”, alla prova dei fatti, si discosterà sensibilmente dagli obiettivi iniziali, la produzione calerà drasticamente fin da subito e i primi a farne le spese saranno proprio i lavoratori.
L’Union Carbide aveva fatto della safety, della sicurezza sul posto di lavoro, un proprio perno, che verrà a poco a poco sradicato, a causa di un degrado generale dell’impianto produttivo.
Quando le cose vanno male si cerca di far economia su qualsiasi cosa: vengono disattivati i sistemi di allarme e di sicurezza; per risparmiare qualche chilo di carbone viene persino spenta una fiammella perenne posta sulla sommità di una ciminiera e che avrebbe contrastato eventuali fughe tossiche.
E il degrado si percepisce anche all’interno dell’ambiente lavorativo: gli operai oziano e chi dovrebbe occuparsi di controllare le strumentazioni non lo fa o lo fa male. Risultato? Un lavaggio mal eseguito, fa sì che l’acqua venga a contatto con l’isocianato di metile, elemento indispensabile alla produzione del Sevin.
Tossico, pericolosissimo e inutilizzato, l’isocianato di metile venne stoccato all’interno di grossi silos. Una potenziale bomba atomica, che a contatto con l’acqua divenne effettiva. Una fuoriuscita devastante che ammazzò, purtroppo non sul colpo, più di 15.000 persone. In quelle terrificanti ore i polmoni bruciarono, lentamente, fino a scoppiare.
Pianti, vomito, svenimenti e morti, proprio a mezzanotte, l’ora dell’inferno, l’ora del teschio con le tibie incrociate disegnato sui fusti del velenosissimo isocianato di metile.
Oggi Bhopal è ancora altamente inquinata, la “Bella Fabbrica”, spenta e arrugginita, fa brutta mostra di sè e centinaia di barili colmi di liquidi tossici sono sparpagliati lungo la Spianata Nera. E, quando piove, la pelle brucia.


Viaggio tra le strade di New Delhi a rincorrersi a suon di gulal e gavettoni di polveri rosse per festeggiare l’Holi Festival. Nel Tempio di Akshardham. In treno fino a Mumbay. Nello sfolgorìo dei suoi set cinematografici.

Viaggio nel più grande stato del subcontinente indiano. Assaporando le specialità di ogni luogo e delle sue tradizioni, a volte d’origine tribale. Una carrellata di monumenti e città in un caleidoscopio di colori per scoprire una delle zone più affascinanti e antiche dell’Asia.

Si dice spesso che l’India, in realtà, è un continente. Non solo per la sua vasta superficie, ma soprattutto per l’ampia gamma di emozioni, alle volte tra loro contrapposte, che regala a chi la sa apprezzare.