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Nonostante la presenza di figure nobili come Leopold Senghor, il raggiungimento dell’indipendenza, dopo le lotte contro i paesi occidentali colonialisti, fu per molti stati africani una catastrofe dai risvolti non solo tragici, ma anche grotteschi. E di fatto una continuazione sempre meno mascherata del colonialismo.
Questa la teoria esposta dallo scrittore e antropologo catalano Albert Sánchez Piñol, noto in Italia per la collaborazione con Marcello Fois al volume di racconti “Compagnie difficili” (ed. Literalia, 2000).
In questo volme Sánchez Piñol, esperto di storia africana, presenta le figure più inquietanti che si sono susseguite al potere nel continente, da Jean Bedel Bokassa a Mobutu Sese Seko, e i loro misfatti.
La prospettiva scelta dall’autore è in un certo senso umoristica, come se bastasse la semplice successione incalzante dei fatti e degli aneddoti a creare un’atmosfera surreale.
Ecco allora le esplosioni di rabbia del gigantesco Idi Amin Dada, il kitsch sfrenato delle fotografie dell’incoronazione a “nuovo Napoleone” di Bokassa, la “cleptomania elevata a ideologia politica” di Mobutu; particolarmente esilaranti le pagine su Sèkou Touré, dittatore della Guinea, con le sue giravolte ideologiche in grado di disorientare persino De Gaulle e con il nonsense sistematico dei suoi discorsi morali rivolti “al popolo”.
Con il procedere del testo, tuttavia, l’atmosfera si fa più cupa, come in un crescendo di dissociazione. E il discorso si concentra più chiaramente sulla tesi di fondo di Sánchez, rafforzata dalla presentazione dei dittatori più filo-occidentali.
Inquietante è il ritratto di Hastings Kamuzu Banda, fin dal nome simbolo vivente dell’ambiguità del rapporto Occidente-Africa, ma soprattutto oggetto di un’analisi psicologica e politica che ne descrive con accuratezza la progressiva trasformazione da “prodotto” dell’educazione inglese a dittatore megalomane e psicopatico.
Le pagine conclusive, riservate al dittatore della Guinea Equatoriale Macias Nguema e al suo successore, il nipote Obiang, sono il cuore del discorso di Sánchez, che arriva a dimostrare come gli eccessi grotteschi e la ferocia esplicita dei primi decenni sia stata sostituita via via da una politica più sottile di compromessi con il mondo occidentale.
Una lettura che non nasconde le infinite tragedie e la ferocia sanguinaria dei dittatori, ma la rende ancora più enigmatica. L’incessante parlarsi addosso dei dittatori descritti produce infatti nonsense puri, eppure si radica nella società africana ancora più per le distorsioni della diplomazia internazionale che per la forza della violenza e della corruzione.

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