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Il saggio che Geoff Dyer, voce di rilievo nella cultura dell’Inghilterra post-thatcheriana, dedica alla storia della fotografia è un ulteriore tassello nella visione di un autore che cerca di continuo l’approccio corretto alle proprie passioni e al lettore stesso.
Il punto di partenza è il suo “Natura morta con custodia di sax-storie di jazz” (pubblicato in Italia da Instar libri), volume in cui Dyer non solo dialogava idealmente a distanza con i grandi del jazz, ma creava una rete interna di rimandi culturali tenuta insieme dall’importanza data al processo di composizione e alla biografia degli artisti.
Questo processo si applica anche all’immagine, in particolare alla fotografia. “L’infinito istante” non vuole essere, nonostante l’aggiunta un po’ fuorviante del sottotitolo italiano, un saggio didattico ma un percorso a zig-zag estremamente soggettivo in ciò che Dyer chiama semplicemente “quello che mi piace”.
Sotto l’influenza culturale di Borges, l’autore stabilisce un metodo che definisce a modo suo “tassonomico”: da un lato riordina le opere in cui si è imbattuto secondo schemi, categorie; dall’altra , come in un brano jazz, questa struttura è di fatto mobile, flessibile e in grado di supportare le variazioni impreviste della scelta dei temi e della scrittura.
La fotografia sembra adattarsi a questo metodo, secondo Dyer, per diverse ragioni. Fondamentale la differenza tra fotografia e cinema: senza l’urgenza della narrazione industriale, la fotografia appartiene con forza a chi scatta, ne esprime tanto le emozioni quanto letteralmente il corpo, le ombre, gli umori.
André Kertesz e Alfred Stieglitz sono le due figure che per Dyer incarnano questa dimensione della fotografia: per quanto europei nelle origini e nell’approccio, il loro declino fisico e psicologico non è lontano dalle storie di perdita umana dei grandi jazzisti americani; e lo stile è una semplice estensione di un crescente senso di isolamento umano.
Nel caso di Diane Arbus, poi, la tensione interiore diventa un tramite fondamentale per un’intera generazione di fotografi, un punto di non ritorno: dopo l’ossessione della Arbus per il contatto fisico con i soggetti fotografi, la ripresa fotografica diventa soprattutto una questione di ambienti e spazi in cui la figura umana è evocata ma assente.
Biografie e “categorie” in sequenza: le case, i vestiti, i letti, gli abiti, i negozi di barbiere, le pompe di benzina.
Dyer è affascinato dalla somiglianza spesso inconsapevole che nasce tra due fotografie di autori diversi, a decenni di distanza, i “link” tra due o più visioni. Questa continuità porta l’autore a sviluppare con coerenza la sua convinzione iniziale: che la fotografia sia Storia con la maiuscola, totalizzante, più ancora che percorso narrativo compiuto. L’estensione dell’istante del titolo è comunanza tra le persone, uno spirito intellettuale misterioso che sopravvive ai limiti e ai fallimenti umani degli artisti stessi.

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