
laFeltrinelli.it
Webster.itErri De Luca e Danilo De Marco. Loro due, figli di una generazione che ha imparato la geografia per vie politiche, quando punti remoti come il Vietnam o l’Angola diventavano centrali.
Loro due, un napoletano e un friulano incontratisi nella Sarajevo ancora segnata dalla guerra fratricida. Loro due, nati nel nord del mondo e ormai non più giovani, ma che continuano a fare il tifo per il sud. Loro due incrociano in questo libro le parole dell’uno e le foto dell’altro, per raccontare in diciassette testi e in cento immagini la gente che vive e resiste nei luoghi più diversi del terzo e quarto mondo.
Un mondo di vinti che vinti non sono perché hanno la speranza, quella profonda che noi abbiamo perso, quella stessa speranza irrinunciabile e inestirpabile che ancora non molto tempo fa dava ai nostri emigranti la forza di partire.
Danilo De Marco, un fotografo che non è “inviato” da nessuno, che viaggia con il solo biglietto di andata, che si perde fra la gente, fa amicizia e riporta indietro foto che non sono immagini ma che sono già storie. Storie che nelle parole di De Luca diventano epopee.
Un libro in bianco e nero. Foto in bianco e nero che vengono da lontano e ti guardano dritto negli occhi. Parole nere incise sul foglio bianco che vengono da dentro, ti scavano le orecchie e ti entrano dritte in testa.
Un libro scritto quasi come risarcimento “dei gridi, mancati o strozzati o buttati fuori con forza ma da nessuno uditi”. Un libro che non parla di viaggio ma di periferie del mondo, “ammesso che questo nostro budellino tiepido di Occidente sia centro di qualcosa”.
Alla fine un intero capitolo è però dedicato proprio al viaggio, perché, scrive Erri De Luca, “è tempo di viaggiare”, anche se lui umilmente si definisce un “non viaggiatore” pur amando camminare la terra per abbracciarla con lo sguardo dall’alto delle montagne. Un libro che in realtà fa sentire noi lettori e appassionati di viaggio, dei non-fotografi e dei non-viaggiatori.


A due passi dall’Altare della Patria, salendo per la cordonata capitolina, viaggio in cima alla Città imperiale, insieme ai dioscuri scultorei Castore e Polluce.

Viaggio nel più antico ghetto d’Europa. Dalle restrizioni alla comunità semita in epoca repubblicana all’apertura napoleonica. Dalle deportazioni naziste, all’era contemporanea di pace.

Srebre-quella cosa là, è a grandi linee il solo nome che la gente comune collega alla Bosnia. C’è stata una guerra? Ah, sì. Forse un massacro.