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Webster.itSentiamo spesso parlare di viaggi di studio e d’istruzione. Le gite scolastiche esigono una preparazione precedente al viaggio stesso. Città, monumenti, bellezze storiche e naturali perdono, così, la sorpresa dell’improvvisa scoperta e diventano solamente “oggetti” da confrontare con le nozioni acquisite. Prima di affrontare qualunque itinerario, ciò che occorre imparare non è il luogo, ma l’atteggiamento. Che può diventare, poi, desiderio di apertura. L’esperienza dell’esploratrice inglese Freya Stark lo conferma.
“Viaggiare significa ignorare i fastidi esterni e lasciarsi andare interamente all’esperienza, fondersi con tutto quello che ci circonda, accettare tutto quello che succede e così, in questo modo, fare finalmente parte del paese che si attraversa. E questo è il momento in cui si avverte che la ricompensa sta arrivando”.
Era in Arabia quando scrisse queste parole. Spinta da una irrefrenabile passione per “strade e fiumi”, voleva tentare di raggiungere l’antica Shabwa (la Sabota di Plinio, la città dei sessanta templi) attraverso la regione dell’Hadramaut. Nel suo sguardo, palazzi color del sole si fondevano con la sabbia del deserto. Quei riflessi non potevano essere cancellati dal tempo. Ecco perché Freya Stark li ha trascritti.
“Le porte dell’Arabia” è un racconto di viaggio, ma anche una implicita ed involontaria confessione. A dorso d’asino o a piedi, l’autrice percorre la via dell’incenso incontrando sguardi profondi, pronti a condividere una cultura diversa, ma comunque ricca. È la prima donna che riesce a compiere questa traversata.
La Stark usa una tenda come casa. Ghiacciata di notte. Rovente di giorno. Mangia carne semicruda, pezzi di squalo marcio. I topi le fanno costantemente compagnia. Nonostante numerosi disagi e pericoli, continua ad amare il viaggio ed i suoi quotidiani incantesimi.
È qui, infatti, che “inaspettatamente si incontra il meglio della natura umana”. È qui, forse, che Freya Stark ha riconosciuto l’essenza stessa della vita.


Costeggiando la natura in quota fino ad arrivare al “Grande Campanaro”. Quanto meno con l’immaginazione, per ora. Da fine ottobre a maggio non è raggiungibile. Il suo bianco cristallino risplende dall’alto dei suoi quasi 4000 metri.

In Giordania c’è la cima di un monte da cui Mosè osserva, in epoche remote, la sua meta, raggiunta dopo quarant’anni di viaggio nel deserto: la Terra del Latte e del Miele.

Seconda e ultima parte del Viaggio in Oriente alla scoperta di una delle città più affascinati: Saigon, ribattezzata Ho Chi Minh city dopo la presa del potere dei vietcong nel 1975.