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Webster.itIn questa nuova era chiamata globalizzazione, nessuno è escluso. Dalla piccola comunità alla megalopoli. In questo scenario prendono posto le nuove guerre, emblema di una nuova linea di demarcazione tra globale e locale, ma soprattutto tragici testimoni di un’erosione statale e della sua perdita della violenza legittima.
“Le nuove guerre – La violenza organizzata nell’età globale”, realizzato nel 1999 da Mary Kaldor, reader di Studi Europei contemporanei al Sussex European Institute della University of Sussesx, e lavora presso il Centre for Global Governance della London School of Economics, analizza i vecchi conflitti confrontandoli con quelli contemporanei, evidenziando importanti differenze.
Diversità queste che sono state alla base del tragico fallimento dell’ONU durante la pulizia etnica nei Balcani. In parole più semplici, si è continuato a vedere quel conflitto (come altri) in una chiave antica, Clausewitziana, ossia di stati contro stati. Non è più così.
E soprattutto, quelli che erano considerati effetti collaterali di una volta (in particolare violenze contro i civili) sono diventati il vero obbiettivo delle parti in guerra. Il volume si sofferma molto sul conflitto in Bosnia (1992-1995), entrando nel dettaglio e svelando cosa ci sia dietro lo scoppio del conflitto, e non quel fantomatico odio atavico che tutti hanno cavalcato per lavarsene le mani mentre sorgevano oltre settanta campi di concentramento.
Cambia l’economia. Cambia il fine del conflitto. Cambiano naturalmente anche gli attori. Pochi sono gli eserciti regolarli. Stiamo parlando di realtà dove lo Stato è sgretolato. I più gettonati sono i gruppi paramilitari (Tigri di Arkan, le Aquile Bianche, i Frankie’s boys), unità di autodifesa (celebre quella per la difesa della città di Tuzla), i mercenari stranieri e truppe regolari straniere, in genere sotto auspici internazionali.
“Le nuove guerre hanno obbiettivi politici. Il loro scopo è la mobilitazione politica sulla base dell’identità” scrive la Kaldor, “La strategia militare per raggiungere questo scopo è la rimozione della popolazione e la destabilizzazione, così da sbarazzarsi di quanti hanno un’idea diversa e così fomentare odio e paura. Nondimeno questa politica è strettamente intrecciata ala sua base economica. La guerra dunque fornisce una legittimazione per diverse forme di arricchimento privato che però sono al tempo stesso fonti necessarie per sostenere la guerra”
Altra parola chiave del libro. Identità. La Politica dell’identità, utilizzata per rivendicare a sé il potere dello Stato, sia che questa sia etnica, razziale o religiosa. Un’identità che è una rottura con un passato vicino o lontano che sia. Viviamo il tempo dell’eterna sfida fra Cosmopolitismo vs Particolarismo.
Il libro chiude con la guerra del Kosovo, emblema perfetto della nuova situazione. Da una parte i serbi che puntano alla eliminazione fisica degli albanesi (celebre l’operazione ferro di cavallo con i serbi che tinteggiavano le case degli albanesi che poi sarebbero andati a ucciddere), dall’altra la guerra spettacolo Nato (logica del dare una lezione a Milosevic).
“La chiave per qualsiasi soluzione durevole dei conflitti è il ripristino della legittimità e la ricostituzione del controllo della violenza organizzata da parte delle autorità pubbliche”, scrive ancora Mary, “occorre contrapporre alle politiche di esclusione un progetto cosmopolitico che guardi al futuro, capace di colmare la frattura globale/locale e ricostruire la legittimità a partire dai valori di inclusione e democrazia”.


I segni della guerra che ha sconvolto la ex Jugoslavia sono ancora ampiamente visibili sia sui palazzi che nei cuori e ricordi delle persone. Una tragedia che nessuno potrà scordare. Eppure una città da un fascino antico ed indimenticabile.

Dal cuore dell’India a Brescia a bordo di moto e auto leggendarie: cosa non si è disposti a fare per sostenere un progetto sulla scolarizzazione infantile, senza rinunciare al gusto dell’avventura.

Gli scorci, la cultura e la quotidianità nella regione balcanica. In compagnia dei monaci, alla scoperta dell’arte e della storia di un edificio con più di settecento anni di vita sulle fondamenta.