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Webster.itL’enigma della parola, che salva o condanna, ma senza cui non esiste la vita stessa. Questa la sostanza del quarto capitolo dell’autobiografia in progress di Jorge Semprún, da oltre quarant’anni una delle voci più inquiete della cultura europea e analista spietato dei meccanismi del potere e della resistenza ad esso.
Deportato a Buchenwald nel 1944, poi spia antifranchista negli anni ’50, Semprún ha più volte descritto la sua formazione e il distacco dal Partito Comunista Spagnolo come l’effetto dell’ impossibilità di conciliare privato e ideologia, che mette in crisi tanto i suoi migliori amici quanto chi nel gruppo stesso gli è ostile.
Nello scenario mostruoso di Buchenwald e Weimar, la leziosa “foresta di faggi” goethiana, più ancora della violenza fisica ciò che si stabilisce è un’ossessione per la parola, sia dalla parte degli aguzzini che delle vittime.
Con i nazisti prossimi alla sconfitta, nel campo si crea una barriera tra “musulmani” e partigiani comunisti. I “musulmani” sono i “sommersi” leviani, uomini come larve senza coscienza; ma questa definizione sprezzante, per Semprún, viene dagli stessi “salvati” leviani.
I partigiani come Semprún, invece, creano una rete interna di relativa “autonomia”. Sono in grado di relazionarsi coi kapò, di creare piccoli spettacoli teatrali, di accedere alla biblioteca del campo (sulla cui presenza sconcertante l’autore si sofferma a lungo).
Come in Levi, parola e poesia producono scintille di tenerezza davanti al sadismo più furioso. Il gusto per la ripetizione riproduce il desiderio di difendere e conservare il ricordo degli amici e dell’amore, la lotta contro il tempo, la “forbice” montaliana.
In particolare ricorre l’immagine di François L., “musulmano” del quale Semprún assume l’identità grazie all’aiuto di infiltrati nell’infermeria del campo; François via via è sempre meno una persona reale e sempre più un doppio onirico, quasi magico, dell’autore.
Ma c’è anche il fondo concreto di amarezza in parte diversa dalla vergogna provata da Levi per essere sopravvissuto. Semprún sente che la lotta contro i nazisti nel campo ha prodotto bassezze, discussioni infinite e senza senso, rancori durati decenni dopo la liberazione.
Per questo, ciò che rimane dopo la lettura non è tanto una sensazione di rigetto dell’ideologia; né quello di Semprún è un generico individualismo. Sia l’orrore che la lotta contro il male producono il desiderio di lasciare la mente e la parola vagare libera senza l’incombenza del dovere e dell’azione.


Il delirante progetto nazista per migliorare la razza ariana era la soppressione di tutti i portatori di handicap. Ecco la folle storia di quegli anni terribili.

La storia di uno scalo simbolo della Germania, oggi in balia del progresso che lo vuole cancellare a fronte dei costi inutili e di un hub ultramoderno già progettato.

Una storia dimenticata. Che deve essere raccontata perché l’orrore di ciò che fu il Nazismo non torni a popolare il Mondo. Mai più.