
laFeltrinelli.it
Webster.itIsaac Amin è un ricco ebreo iraniano che si occupa di compravendita di gioelli e pietre preziose.
E’ il 1981 in Iran, la rivoluzione islamica di Khomeyni è una realtà: il benessere della famiglia Amin desta invidie, la loro religione rabbia e discriminazione. In un normale giorno di lavoro, Isaac viene arrestato e incarcerato senza alcun motivo.
Per Isaac inizia un calvario fatto di mesi di carcere duro, torture e interrogatori. Il suo unico sollievo è che la famiglia sia libera. Può solo amarli da lontano e augurare che possano vivere felici.
Il racconto di Dalia Sofer è sottile, non scade nella tentazione del racconto incessate della miseria affrontata da Isaac e dagli Amin, ma alterna le esperiene della moglie Farnaz, della figlia Shirin e del figlio Parviz, studente di architettura a New York.
Fuori dal carcer Fernaz tenta in tutti i modi di avere notizie del marito e lotta per proteggere la vita della figlia, la sua, la loro casa e i loro averi, che diventano il simbolo della vita stessa, del mantenimento dell’identità.
Shirin intrapprende una pericolosa missione personale: ruba i dossier delle persone destinate ad essere incarcerate dalla casa di un’amica nella speranza di salvarle.
Parviz si trova ad affrontare il dilemma e l’amarezza di una religione che appartiene sia a lui che
al padre, ma che nessuno dei due pratica.
Ai protagonisti della storia è ben chiara l’ironia della loro sorte: hanno vissuto properamente sotto il governo dello Scià, ma non hanno voluto abbandonare Teheran per mantenere i loro beni.
Delia Sofer è particolarmente brava ad illuminare le vicende dei suoi personaggi, sfumando ricordi ed esperienze in colori, suoni e profumi.
Le simpatie politiche dell’autrice sono evidenti, ma non cede al trasformare il racconto in un manifesto. “La città delle rose” affronta temi delicati, della massima urgenza e gravità, con una semplicità e un’innocenza spesso ingannevoli.
“La città delle rose” è toccante come solo il racconto della sofferenza può essere.


Nasce per volontà di un ligure sulla costa francese, a pochi chilometri dall’ultimo paese d’Italia. E’ piccola, romantica, meta di molti reali e colorata di giallo… limone.

Risparmiati dal tempo e dalle scorribande, sono testimoni del passato, della storia e delle religioni di questo Paese. Edifici di culto la cui architettura si incastra nel paesaggio dell’Anatolia.

Sfregiati dall’odio cieco dei talebani nel 2001, le imponenti statue afgane dovrebbero tornare al loro antico splendore grazie agli sforzi della Comunità internazionale. Che prima deve però pensare alla ricostruzione del paese asiatico.