
laFeltrinelli.it
Webster.itGli italiani sembrano ricordarsi solo di coloro che sono emigrati e hanno dato lustro all’italianità diventando attori o politici come Robert De Niro oppure Rudolph Giuliani. L’Italia era considerata come un grande museo, come il giardino dell’Europa ma abitato da poveracci, gente misera che lo calpestava. Insomma su di noi pesava l”accusa di “bel paese, brutta gente”.
Invece quasi 27 milioni se ne andarono tra il 1876 e il 1976. L’Italia sembra essersi scordata di tutti coloro che non ce l’hanno fatta, che non sono diventati famosi ma che ugualmente hanno subito politiche xenofobe.
Questo libro è un buon pretesto per sapere oppure ricordare quale trattamento veniva riservato agli italiani all’estero. E non si tratta solo di storie di un secolo fa, basti pensare che negli anni Settanta gli uomini che lavoravano in Svizzera chiudevano i propri figli in casa perchè era illegale portarsi la famiglia.
A fine libro è presente in appendice un elenco di nomi con cui venivano chiamati gli italiani, la maggior parte di essi sono infamanti, carichi di odio razziale come: Mafia-mann, Wop (without passport, senza passaporto, perciò clandestino), Chianti (ubriacone).
Anche i giornali dei paesi ospitanti alimentavano l’odio verso gli italiani, che erano oggetto di una campagna razzista feroce. Per esempio si diceva che gli uomini del Sud Italia avessero un impulso omicida innato.
Ora non si vuol concludere che tutti i nostri concittadini all’estero erano brava gente, che non ci fossero tra loro criminali. Alla base di questo saggio non c’è buonismo da quattro soldi, bensì la ricostruzione di come si emigrava e di come si viveva nel paese ospitante.
Quando gli albanesi eravamo noi, vendevamo i figli alle vetrerie francesi, le figlie finivano nei bordelli dell’Africa orientale, c’era proprio una “tratta delle bianche”. Caporioni italiani organizzavano viaggi clandestini oltralpe, durante i quali morivano moltissime donne e uomini che avevano pagato lautamente questa speranza di emigrare.
Queste storie dovrebbero far riflettere sul nostro rapporto con gli emigranti che approdano sulla nostra penisola. Dovremmo pensare prima di dare giudizi affrettati e abbandonarci ai luoghi comuni e agli stereotipi sui “diversi”.


Ancora una volta la Valle d’Aosta è stata il cuore della grande adunanza celtica: cinque giorni intensi in cui il popolo di ieri è tornato a vivere nella poesia dei bardi e nella musica dei menestrelli.

Città francese che annovera, tra le sue bellezze, un suggestivo centro storico medievale dove passeggiare senza meta. E sempre qui è nata la signora newyorchese più famosa del mondo.

La musica rievoca il passato, stringe a sé i vicini, fa sentire uniti: è il suono della cornamusa, caldo, epico, intenso e diffuso, è il violino che lamenta antiche litanie, sono le percussioni che scandiscono il ritmo e il muoversi insieme come in uno solo.