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01.07.2010

L’Italia in seconda classe

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DETTAGLI DEL LIBRO


Titolo: L'Italia in seconda classe
Autore: Paolo Rumiz
Editore: Feltrinelli
Anno: 2009
Prezzo: € 9,60
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laFeltrinelli.it
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L’Italia come la Transiberiana. Percorrere in treno lo stesso numero di chilometri (7480) che divide gli Urali da Vladivostok, in una sorta di Gran Tour alla rovescia che, partendo dalle isole, ritorna alle risaie del profondo nord. È questa la sfida che Paolo Rumiz racconta nel suo libro: L’Italia in seconda classe.

Ad accompagnarlo, un personaggio misterioso di cui solo a viaggio inoltrato sarà svelata l’identità e che, per ora, viene identificato col nome di “compagno 740”, in onore della storica locomotiva italiana.

Il viaggio ha inizio in Toscana, dove i due si imbarcano per la Sardegna, e prosegue poi rigorosamente a bordo di treno. Ma perché proprio in treno?

Agli occhi dell’autore, il treno rappresenta il simbolo stesso di un’unità nazionale reale, oltre che ufficiale. “Il treno, non l’aereo – leggiamo infatti sulla copertina – ha fatto l’Italia”. E il progressivo smantellamento del sistema ferroviario, ad opera di aerei sempre più a buon mercato e di treni ad alta velocità, che deturpando il paesaggio annullano le distanze, esprime quindi la crisi stessa della res publica e dell’idea di bene comune.

Scegliere il treno significa, allora, non solo opporsi alla logica corrente, ma anche muovere alla scoperta delle diverse facce della penisola, raggiungendo – lungo tratte dimenticate, stazioni fantasma e binari illegali – zone ancora estranee alle rotte turistiche e commerciali.

In Sardegna, per esempio, dove i nostri abbandonano l’area costiera e si inerpicano, tra Arbatax e Cagliari, sulla più alta ferrovia di montagna d’Europa. “Duecentoventotto chilometri, roba da Machu Picchu”. Un percorso che ricorda le montagne russe, dentro e fuori a gallerie contorte, in bilico sull’abisso e poi di nuovo in piano, tra boschi, mucche e il mare in lontananza.

O in Sicilia, dove l’itinerario richiesto (“Trapani-Catania, via Castelvetrano-Aragona-Licata, sola andata, per due”) viene addirittura rifiutato dal computer e deve essere compilato a mano (come si faceva una volta) dal bigliettaio.

Ma anche sul continente, il treno “si rivela una grande macchina della verità” che “entrando dai luoghi sempre dal retrobottega, li svela impietosamente”. Risalire la Calabria lungo la via ferrata vuol dire, infatti, sottrarsi al mostruoso traffico dei vacanzieri e al caldo torrido dell’autostrada, disseminata di perenni lavori in corso.

Ma vuol dire anche incontrare, sui rilievi della Sila, paesini abitati ormai da soli anziani, dove d’inverno fa talmente freddo che occorre un carrello speciale per spaccare le stalattiti, e la pendenza è tale che in ogni stazione c’è una via di fuga, in caso di deragliamento.

Il viaggio prosegue in Campania (la regione italiana dalla più alta densità ferroviaria) e poi nelle “terre di mezzo” – Abruzzo, Marche, Toscana, Emilia Romagna – dominate dagli Appennini e dai loro boschi. Raggiunge il Nord, attraversando Liguria, Piemonte e Lombardia, e, dopo una tappa oltreconfine a Monaco di Baviera, e una puntata a Jesenice, in Slovenia, si conclude, raggiunto il chilometro 7480, a Nova Gorica, nel lato sloveno di Gorizia.

Rumiz e compagno hanno gli occhi lucidi mentre, bevendo un’ultima birra, fanno un bilancio dei giorni trascorsi e degli incontri fatti. Ma anche per noi lettori la fine del libro è un po’ la fine di un viaggio, che ci ha condotto, contro ogni corrente, tra bellezze e miserie del nostro paese.

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