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Webster.it“Se prima della seconda guerra mondiale gli unici soggetti del diritto internazionale erano gli Stati nazionali, la dottrina dei diritti umani ha posto al centro dell’attenzione anche l’individuo”. Dal libro “Intervento Umanitario e Missioni di Pace” (2005, Carocci) di Marco Mayer, capo del gabinetto dell’Assessore della Regione Toscana, Massimo Toschi.
Fin dalle prime pagine c’è la sensazione di trovarsi in un viaggio che esplora quella parte di ingenuo desiderio di aiutare gli altri, e allo stesso tempo ne circuisce le capacità per valorizzarla al meglio. Per non cadere nelle arroganti trappole che il nostro background euro-centrista ha piazzato in ogni angolo della mente.
Marco Mayer ci accompagna in quella che è la professione del cosiddetto “umanitario”, l’operatore di pace. Una persona che, aldilà della propria preparazione, dovrà iniziare a ridisegnare il proprio orizzonte. I propri equilibri. E talvolta, scendere anche a compromessi con quelli che possono essere i propri valori.
Come accettare, per esempio, l’infibulazione? Ci sono contesti però in cui non farlo potrebbe scatenare violenze. E questi sono fattori da considerare. Questa professione cui ci inizia il docente della facoltà di “Operatori di pace, gestione e mediazione dei conflitti” di Firenze, mette a disposizione uno sguardo sulle tante e diversificate realtà dove si va a operare.
Mayer, promotore di numerose iniziative internazionali, ha operato in Kosovo come funzionario ONU dal 1999 al 2002. Nelle sue precise analisi dei vari contesti geo-politici, non lesina critiche all’impostazione statunitense in materia di peacekeeping e conflict resolution, colpevole di semplificare troppo la complessità delle azioni, sottovalutando fattori storico-ambientali nonchè etno-culturali.
Due percorsi vengono presentati. Track one e Track two. Il primo, degli organismi internazionali, il secondo, delle ONG. Il primo, spesso una portaerei che si deve muovere in uno stagno, ma con più mezzi. La seconda, più facile da manovrare, ma che necessiterebbe di qualche ulteriore sostegno.
Ma entrambe poggiano su una base: fiducia. Senza quella della popolazione locale, qualunque sia l’obiettivo, sarà inutile.
In situazioni di post-conflict, non c’è spazio per gli eroi solitari. Vanno considerati tutti i vari aspetti. Associazioni non governative, organizzazioni internazionali, forze militari e soprattutto la realtà locale, devono (dovrebbero) cooperare insieme. Maestra la CIMIC (Cooperazione civile e militare) che si spera possa far sempre più proseliti.
Parole come “memoria storica”, “multietnica” “escalation” “cooperazione”, “security”, “omologazione”, “law and order” sono tasselli di un delicato mosaico che solo l’esperienza col tempo potrà svelare. E rilevare di continuo nel proseguo delle missioni. Un contatto quotidiano con nuovi tessuti umani con cui bisogna confrontarsi.
Dobbiamo fare i conti però con un mondo dove l’obbiettivo principale è quello di vedere due etnie (vero o di facciata che sia) che si stringono una mano, per poi spegnere i riflettori (Bosnia docet). Il lavoro che attende sul campo i nuovi professionisti sarà molto più lungo (e stressante) di quello che dicono e fanno le grosse organizzazioni internazionali.
Emblematica la parte del bridging. Alzi la mano chi non vede nel “ponte” un simbolo di unione. Di avvicinamento fra culture. Il più celebre è quello di Mostar, in Bosnia. Prima fatto saltare in aria e poi ricostruito. Il docente però ci mostra come un neo-simbolo per noi di pace, potrebbe anche innescare nuove spirali di violenza.
Difficile, se non impossibile, dare una ricetta per gestire situazioni di conflitto e post-conflitto. Ogni contesto avrà la sua storia. Toccherà agli operatori di pace mettere a disposizione la loro intelligenza, sensibilità e capacità, per non abbandonare chi la politica ha dimenticato. Per aiutare chi lotta per sopravvivere.


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