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21.01.2009

Il turismo-parodia del terzo millennio

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DETTAGLI DEL LIBRO


Titolo: Il turista nudo
Autore: Lawrence Osborne
Editore: Adelphi
Anno: 2006
Prezzo: € 19,00
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C’è una qualità curiosa nei testi di Lawrence Osborne, giornalista, esploratore, critico gastronomico del “New Yorker”. “Il turista nudo” è una summa di uno stile la cui parola chiave sembra essere “gusto”, in tre diverse accezioni: il cibo, il kitsch e il surreale.

Il corpo e la mente sono ugualmente importanti per Osborne: il cibo non è solo un ristoro, ma una componente decisiva nel valutare la “genuinità” di una cultura, sia nella qualità dei cibi che nel modo in cui esso è circondato da architetture e rituali simbolici.

I racconti di viaggio di Osborne dedicano molto spazio alla descrizione di alberghi, ristoranti, villaggi vacanza di ogni tipo, e nel caso del “Turista nudo” sono il metro di paragone tra l’occidente e il resto del mondo.

A questo discorso Osborne aggiunge note disincantate sulla storia del turismo moderno, che fin dalle sue radici settecentesche, tra l’Italia e l’Inghilterra, sembra essere soprattutto un modo per nascondere stravizi privati dietro l’idea dell’”educazione”.

L’approccio di Osborne è duplice. C’è un orrore per il modo in cui la pretenziosità dell’occidente ha inquinato le culture autoctone; ma Osborne vede nei popoli extraeuropei una certa passività, fino a sospettare che gli stessi abitanti di Dubai o della Thailandia accettino coscientemente gli orrori estetici e le ambiguità sociali dell’ovest.

L’itinerario circolare di Osborne lo porta a raggiungere l’Indonesia e le sue propaggini estreme, in particolare le isole Andamane; da qui il viaggio si prolunga fino alla Thailandia e a Papua, prima del ritorno sul continente americano attraverso le Hawaii.

L’incredibile cattivo gusto di Dubai, tra atolli artificiali a forma di Francia e centri commerciali sterminati, è infatti il riflesso dello squallore e della tristezza in cui versano le isole Andamane, pure destinate a diventare nuove mete del turismo di massa internazionale.

L’obiettivo è allora cercare il “primitivo” allo stato puro, anche se oggi non esistono più aree del mondo ignote, ma solo zone che si ha paura di esplorare perché abitate da popoli “troppo” primitivi per gli standard globali ma comunque conosciuti.

Per questo l’incontro finale con i selvaggi Kombai, a Papua, nonostante la scrittura divertente di Osborne, è segnato dalla desolazione. Non conta più il disgusto per i pranzi a base di occhi di uccello, ma la consapevolezza che i Kombai stessi non potranno più difendersi dalla venuta di futuri turisti come Osborne stesso e da ciò che ne seguirà.

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2 commenti a “Il turismo-parodia del terzo millennio”

  • Anna Maspero alle ore 4:25 pm scrive:

    Caro Stefano, anch’io consiglierei al lettore appassionato di viaggi questo libro di Osborne, soprattutto per la scrittura che come tu dici è divertente. L’autore ha quel dono tutto British dell’ironia e dell’autoironia che lo fa amare comunque e che gli invidio molto! Dissento invece con la sua tesi di fondo, la sua teorizzazione dell’ovunquismo, secondo cui “Tutto somiglia a tutto… il mondo diventerà un unico, sterminato resort interconnesso, l’Ovunque” e “la dimensione interiore dell’avventura ce la si può proprio scordare” come scrive nelle prime pagine. Non sono così cieca dal negare che c’è molta verità in questo, ma cerco anche di essere un po’ meno snob di lui (altro carattere molto British). E sono piuttosto d’accordo con quel che Magris scrive nella bellissima introduzione di Infinito Viaggiare. Se vuoi approfondire le due opinioni ne ho scritto sul mio blog a questo link http://acomeavventura.com/quando-viaggiare-era-un-piacere/.
    E visto che in diverse recensioni (quella della settimana scorsa di Anna Maria Colonna su Evitare le buche più dure e questa tua) ricorre ancora una volta il tema del vero viaggiatore-giornalista di viaggio capace di gustare gli ultimi sprazzi di autenticità (ma anche molto moltissimo le comodità della modernità a partire dal soggiorno finale di Osborne alle Hawai in un ambiente totalmente fasullo!) contrapposto al turista “di massa”, credo che cercherò nelle prossime Parole Nomadi della rubrica del venerdì di affrontare queste tematiche. Ma mi piacerebbe che anche fra noi collaboratori di Il Reporter proprio su questi argomenti, essenziali a mio vedere per chi scrive di viaggi, nascesse un confronto sereno, stimolante e critico. Ciao, Anna

  • stefano aicardi alle ore 5:39 pm scrive:

    Ti ringrazio innanzitutto per il commento. A mio giudizio, quello che nel libro può sembrare “snobismo”, per quanto dissimulato da una “rozzezza” programmatica, è un approccio più complicato. Uno dei punti di riferimento costanti per Osborne è l’antropologia di Levi-Strauss e la sua famosa affermazione: “odio viaggiare…”, che probabilmente era un modo di non farsi coinvolgere eccessivamente da una materia totalizzante, spesso sconvolgente…per quanto riguarda la tesi di Osborne, io ho trovato interessante il fatto che non siamo di fronte all’ennesima rifrittura dei concetti di postmoderno o globalizzazione (un limite che sembra affliggere molti testi contemporanei sul turismo, che spesso si riducono a delle specie di “enciclopedie” del bello e del brutto). Al contrario, in chiave appunto levistraussiana il testo mi sembra sostenuto dal desiderio di conservare una certa “coscienza” di fronte a quello che si vede. Tanto le suggestioni del lusso quanto lo squallore delle Andamane possono colpire prima di tutto emotivamente; secondo Osborne, occorre invece vivere l’esperienza del turismo e nello stesso momento “osservare sé stessi”, ma questo non significa, a mio giudizio, un appiattimento cinico verso la materia trattata…Ciao

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