laFeltrinelli.it
Webster.it“Incomincerò col dire, intorno ai giorni e agli anni della mia infanzia, che il mio unico personaggio indimenticabile fu la pioggia. La grande pioggia australe che cade come una cateratta dal Polo, dai cieli del Capo Horn, fino alla frontiera. In questa frontiera o Far west della mia patria nacqui alla vita, alla terra, alla poesia ed alla pioggia”. È la penna di Pablo Neruda a tracciare le sue “Memorias”, indissolubilmente legate al Cile, un sottile nastro di terra lambito dall’Oceano Pacifico e difeso dalla Cordigliera delle Ande.
Un paesaggio in cui la Natura ha concentrato ogni sua più sacra e profana bellezza. Arido e ghiacciato. Bagnato dall’acqua e bruciato dal fuoco dei vulcani. Sferzato dal vento nella sua parte meridionale e avvolto dalla nebbia che piange sulla rigogliosa vegetazione della costa.
Aveva poche cose con sé, Sara Wheeler, quando attraversò il Cile. Aveva la curiosità di chi, per la prima volta, si appresta a rileggere un angolo di mondo conosciuto per la sua “grande” storia, fatta di morti atroci e di brutale prepotenza.
Il Cile non è solo questo. Sono i particolari trascurati, perché considerati inutili, a completare l’immagine di un paese che sembra non aver imparato altro che violenza.
In cerca di quegli stessi particolari, la Wheeler ha deciso di affrontare un viaggio, lungo sei mesi, nella sottile striscia di terra cilena. Tante le domande. In un’unica scelta tutte le risposte. Partire. Solo così i colori di una carta geografica o di un mappamondo si sarebbero trasformati in terra e acqua.
Ne “Il paese sottile”, la Wheeler racconta dell’indimenticabile esperienza trascorsa tra un “pranzo di Natale” a base di carne di lama e l’impervia circumnavigazione di Capo Horn in compagnia di una bara. Nei suoi ricordi scritti non manca la descrizione del territorio attraversato, distinto in mille volti, tutti con un unico e affascinante sguardo.
La penna della scrittrice, dotata di delicata ironia e di sorprendente meraviglia, penetra quello sguardo trasformandolo nella storia “celata”, ma non per questo meno importante, del Cile.


Prima un’incredibile tormenta, poi l’indomani il sole e uno scenario tanto anomalo quanto artisticamente candido. Il 17-18 dicembre scorsi, il Lido di Venezia si tinse interamente di bianco, laguna e spiaggia del Mare Adriatico inclusi.

Nella laguna veneta, poco lontano dalla colorata Burano, giace l’isola di Torcello, abitata ormai da pochissime persone, ma ricercatissima per le sue bellezze naturali e architettoniche.

La quiete della spiaggia all’estremità meridionale del Lido. Il vento carezza gli scogli attorno al faro. Dalla laguna poi, ecco un nuovo colosso d’acciaio che attraversa le acque della Serenissima, lasciando all’ecosistema insulare il ruolo d’impotente e falcidiato spettatore.