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01.04.2009

E se Fuad avesse avuto la dinamite?

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DETTAGLI DEL LIBRO


Titolo: E se Fuad avesse avuto la dinamite?
Autore: Elvira Mujcic
Editore: Infinito
Anno: 2009
Prezzo: € 12
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“Il giorno che abbandonai Trieste su un treno per Roma, era l’11 luglio 1995. Il mio viaggio era durato più di un mese, e alla televisione si vedevano persone, ragazzi come me, fantasmi, uomini quasi morti, dietro a un filo spinato a Srebrenica. Io andavo verso Roma, loro verso la morte”.

Avete appena letto un estratto emblematico di ciò che pulsa dentro “E se Fuad avesse avuto la dinamite?”, seconda fatica letteraria della giovane scrittrice bosniaca (classe 1980) Elvira Mujcic, già autrice nel 2007 di “Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica”, pubblicato sempre per Infinito Edizioni.

Durante la lettura del libro (154 pp), sono sempre stato in movimento. In treno. In macchina. In metropolitana. In battello. In questo spezzettato percorso, ho sottolineato più e più frasi. Slegate anche fra loro. Ma profonde. E usando le parole di Elvira stessa, “…la luce di un fiammifero può trasformasi in una stella”.

Sono state le stesse parole della scrittrice ad accompagnarmi. A farmi capire. Un viaggio nella propria metamorfosi. Nel racconto del sedicenne Zlatan, in fuga dagli orrori della guerra dei Balcani (1992-95), l’autrice ci accompagna nella sua memoria, tanto occupata dalle attuali contraddizioni italiane, quanto dalle sensazioni di tornare in una terra abbandonata anni prima.

E chi sarà mai questo Fuad citato nel titolo? Un eroe? Un rinnegato? Un uomo che avrebbe potuto far saltare una diga per isolare la città di Visegrad e impedire la futura mattanza di sangue perpetrata senza pietà da Milan Lukic (catturato in Argentina nel 2005), con sgozzamenti continui e i corpi gettati nel fiume Drina.

“Fuad è tanto una persona reale quanto una metafora di ciascuno di noi” spiega la scrittrice, ”E’ una persona realmente esistita col nome di Murat Sabanovic. L’avventura della diga è accaduta davvero. Infatti il prologo del libro è una trascrizione di un telegiornale bosniaco dell’Nboh, l’8 aprile 1992. Ma Fuad è anche un qualsiasi uomo medio, facile preda della propaganda, bisognoso di sentirsi un eroe, con uno scopo grande da perseguire in nome di Qualcuno o di Qualcosa”.

Nel suo ritrovare la sua terra, Zlatan si appropria anche della sua storia. Quella non raccontata dai telegiornali. E sarà suo zio, la persona più diversa da lui, a regalargli una grande lezione di vita: che non serve la cultura per capire cosa significa un genocidio. I dettagli sono precisi. Fatali. Stupri. Uccisioni. Campi di concentramento.

In certi momenti mi sono dovuto fermare. Tirare fuori la testa dalle pagine. Fumarmi una sigaretta come il protagonista per continuare. Attore non protagonista (velato) è anche la musica. Pare quasi di vederla la giovane Mujcic mentre sceglie d’istinto le canzoni che accompagnano la vita di Zlatan (e forse anche la sua).

Come la dolcissima immagine quando il protagonista promette a una donna conosciuta sull’autobus durante il viaggio verso la Bosnia, che ogni volta che ascolterà “She’s lost controll” dei Joy Division, “ti penserò, e spererò che tu possa ritrovare il mare”. Altrettanto delicata la replica: “Bene, ogni volta che ascolterò “Infinite dreams” (Iron Maiden), spererò che i tuoi sogni non ti uccidano”.

“Zlatan mette “God save the Queen” (Sex Pistols) dopo aver letto l’intervista di Fuad” spiega Elvira, “che confessa di essere stato una marionetta (volutamente) nelle mani del partito nazionalista mussulmano, che poi l’ha abbandonato perché non serviva più. Credo che i nazionalismi nella ex Jugolsavia ci abbiano solo propinato sogni falsi nei quali non c’è futuro. E quando non c’è futuro, l’ingiustizia è dietro l’angolo. Ed ecco perché gli ingiusti regnano tuttora nelle nostre terre”.

Poesia e sangue. Nuvole nere incrostate sopra i testimoni di una porzione di mondo, e un urlo delicato di donna che si arrampica con lacrime invisibili nelle profezie senza futuro.

La Bosnia è stata il teatro di uno degli scontri più tragici del ventesimo secolo (e non solo), e su cui l’Europa benpensante ha fatto calare il sipario in fretta, quasi che gli rovinasse la reputazione di patria dei diritti umani. Elvira ci ricorda la Storia. Quella scritta coi massacri più duri da accettare. Elvira ci ricorda una guerra che ognuno sta ancora combattendo dentro di sé. Qui vicino. Nei Balcani.

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2 commenti a “E se Fuad avesse avuto la dinamite?”

  • Francesca S. alle ore 5:11 pm scrive:

    Grazie di questa bellissima recensione. Chi l’ha scritta il libro l’ha capito, sentito, in profondità.
    Francesca

  • CARLO alle ore 12:47 pm scrive:

    sono stato in bosnia a mostar nel 2005, e ne conservo un ricordo cosi intenso. ricordo la bellezza struggente del ponte, del centro storico, del fiume ma non posso dimenticare i segni della guerra, l’orrido di una guerra cosi presto dimenticata..sono felice che elvira abbia scritto, dobbiamo lottare per la verità per guarire attraverso una nuova bellezza, come nuovo splendore del vero. superare odi inutili, ricostruire la nostra identità maltrattata, la nostra anima ferita.
    CARLO

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