
laFeltrinelli.it
Webster.itAmbizioso nella sua brevità (un centinaio di pagine), questo saggio dell’antropologo francese David Le Breton rilegge da una prospettiva fortemente spirituale e romantica, se non proprio religiosa, il concetto moderno di “flanerie”.
Introdotta negli studi accademici da Georg Simmel e Walter Benjamin, la “flanerie” è in realtà una categoria culturale (quella del cammino svolto con calma, spesso da soli, osservando lo spazio circostante con distacco e ironia) che se applicata a una ipotetica storia del viaggiare, ne coglie infiniti spunti di riflessione logica e poesia romantica.
Accostando elementi opposti (la fatica del viaggio e la soddisfazione sublime dei sensi di fronte al cambiamento dei paesaggi delle stagioni; la compagnia e la solitudine; il desiderio di riposo e l’ansia che letteralmente consuma i nervi e i corpi dei viaggiatori) Le Breton trova un senso al viaggiare nell’idea religiosa del pellegrinaggio, in forme diverse.
L’elemento comune, come indica d’altronde il titolo, è la marcia, il viaggiare a piedi non rifiutando ma ritenendo eccessiva la dipendenza dalla locomozione meccanica (non solo auto ma anche treni ed aerei).
La marcia tuttavia si declina in tante forme diverse: la passeggiata romantica, il viaggio imposto o autoimposto, l’esplorazione che entra in contatto con la storia, fino appunto al pellegrinaggio cattolico e alla cultura buddhista del movimento circolare. In ogni caso, Le Breton trova la radice del movimento a piedi in un senso di insoddisfazione nei confronti della realtà. Essa può sembrare più palese nel caso di grandi viaggiatori romantici come Arthur Rimbaud, Eric Newby o Henry David Thoreau.
L’aspetto più interessante, tuttavia, si ha quando Le Breton porta esempi più complessi tratti dalla cultura del ‘900, dove al generico gusto del viaggio solitario si sovrappongono problemi esistenziali e concreti rilevantissimi: viaggiare da soli significa rifiutare l’altro da sé? Esplorare il mondo è un’accettazione , un rifiuto o una forzatura dei ritmi della storia?
Cosciente della dicotomia tra una cultura romantica, estatica del viaggio, e i problemi concreti del rapporto tra viaggio, realtà e storia, Le Breton sembra però più interessato alla prima posizione, anche se riserva un’intera sezione del saggio al resoconto dei viaggi storici di Renè Caille, Richard Burton, Cabeza De Vaca e Michel Vieuchange-figure che simboleggiano lo scontro tra il viaggio sognato e gli incubi apocalittici della realtà-giungla.
Nell’ultima sezione del testo, infatti, l’autore prende una posizione più chiara mostrando le componenti religiose del viaggio, nel cattolicesimo e nelle altre religioni: sempre meno un piacere, il viaggio diventa piuttosto, nella sua prospettiva, catarsi, illuminazione e sofferenza la cui meta è anche una liberazione da egoismi astratti o intellettualismi lontani dall’esperienza concreta del quotidiano.


Distillato di viaggio nella subway della capitale francese. Ogni odore qui è quasi un sapore. Pizzica in gola e brucia le narici. Carta di giornale bagnata, inchiostro, aglio, acqua di colonia scadente, cuoio, urina e persino durian.

Viaggio in una terra che, con le sue quinte scenografiche, ispira e suggerisce l’ascolto, con benignità e pazienza, di storie e leggende. Niente di più facile dove regnano castelli medievali dai “cappelli di fata”, i tetti tipici della regione francese.

Viaggio nel dedalo silenzioso di uno dei simboli della capitale transalpina. Tra natura e arte. Dove ogni passo sui sentieri diventa un eco nel sonno eterno delle anime che vi dimorano.