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11.07.2008

“Safari cinese”

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DETTAGLI DEL LIBRO

Titolo: Safari cinese. Petrolio, risorse, mercati. La Cina conquista l'Africa
Autore: C. Brighi, I. Panozzo e I.M. Sala
Editore: O Barra o Edizioni
Anno: 2007
Prezzo: € 12,50
Compralo su:
laFeltrinelli.it
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Manca meno di un mese alle Olimpiadi di Pechino. Tutti i media danno sempre più spazio alla Cina. A questa nuova potenza mondiale che, insieme all’India, minaccia la leadership occidentale.

Abbiamo visto le immagini del terremoto e letto la storia della “mamma delle macerie”. Sappiamo che la disuguaglianza tra contadini e cittadini è enorme. Sappiamo che la Cina è il paese che emette il maggior numero di condanne a morte.

Sappiamo molto. Ma non tutto. Io non avevo mai notato la presenza cinese in Africa. Ignoravo che la penetrazione nel continente africano è iniziata nel lontano 1964.

Pensavo che il 2006 fosse l’anno dell’Italia campione del mondo e invece ho letto che può “essere etichettato come ‘l’anno della Cina in Africa’ […] perché durante il 2006 la presenza cinese in Africa […] è diventata evidente a tutti” (p. 13). A tutti, me esclusa. Almeno fino a quando non ho letto Safari cinese.

E’ un libro del 2007, scritto a sei mani. Quelle di una sindacalista, Cecilia Brighi, e di due giornaliste: Irene Panozzo, esperta di Africa e Ilaria Maria Sala, da diciassette anni in Asia.

Il risultato è un’indagine a tuttotondo della relazione cino-africana. Le cui cause e conseguenze sono esposte con chiarezza nei loro aspetti politici, economici e sociali.

Così ho scoperto la storia della Freedom Railway, la ferrovia voluta da Mao che collega Dar Es Salama (Tanzania) a Kapiri Mposhi (Zambia).

Ho scoperto che il razzismo non è appannaggio esclusivo dell’Occidente. Che l’appellativo per gli africani è “diavolo nero” (p.48). Che “il volto africano più riconoscibile” (p.51) è quello di Ben Zha. Un gabonese con diploma al monastero di Shaolin che viene “scritturato sempre e solo per fare la parte del cattivo […] con quella pelle scura e quella destrezza nelle arti marziali nessun regista cinese ha finora osato attribuirgli un ruolo meno stereotipato” (p.51).

Ho scoperto che il progetto per la diga Mphanda Knuwa su fiume Zambesi (Mozambico) è stato portato avanti senza alcuno studio di impatto ambientale.

Che “dalla seconda metà degli anni Novanta, la Cina entra nel business petrolifero sudanese” (p.68).

Che la cooperazione tra Cina e Africa assomiglia terribilmente a una colonizzazione.

C. Brighi, I. Panozzo e I.M. Sala, Safari cinese, O barra O (12,50 €).

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