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Editoriale di Andrea Lessona

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Svezia d’arte e natura

Un’alba porpora rubata all’arcipelago. E’ l’immagine attraverso cui riattraverso col pensiero la Svezia occidentale e meridionale: 13 giorni e centinaia di chilometri alternati da natura maestosa e arte sublime.

Mentre lo scoprivo a piedi, in macchina, in traghetto, su un peschereccio, in bus e persino appollaiato sul portapacchi di una motoretta sgangherata, questo Paese si è dipinto in me. Entrandomi dentro con la fatica tipica di un viaggio vissuto, e non sfogliato sulle pagine di una guida.

Göteborg mi ha mostrato i suoi lunghi viali d’asfalto, mi ha rivelato i suoi bassi canali d’acqua, mi ha aperto il suo porto, il più grande della Scandinavia. Mi ha fatto dono delle sue chiese e dell’ultimo tesoro di Leonardo, “La bella principessa” ospite della mostra E luce fu.

E luce è stata appena lasciata la seconda città svedese per guidare lungo la costa e imbarcarmi sul primo dei tanti ferry. Due minuti lenti per attraversare il mare baluginante e sbarcare sull’isola di Marstrand ed entrare nell’ombra possente della sua fortezza di pietra.

La notte dormita nell’hotel palafitta di Klädesholmen, isolotto una volta centro delle fabbriche d’aringhe, per svegliarmi rapito dai colori di un’alba evanescente. Altri chilometri macinati ancora sulla macchina a nolo sino a Smogen per camminare tra le sue rocce colorate, e dopo a Fjällbacka, dove ieri Ingrid Bergman cresceva i suoi figli d’estate, e oggi Cammilla Läckberg ambienta i suoi gialli.

Poi dalla costa di Grebbestad mi sono imbarcato su un peschereccio per vivere un safari ai frutti di mare: ostriche e granchi pescati di fresco e consumati con birra scura, mentre da uno scoglio al largo una foca mi guardava attenta prima di tuffarsi divertita.

Una nuova fuga in auto per Strömstad per un nuovo traghetto: questa volta verso le Isole Koster e il loro Parco Naturale. La pioggia e il ginocchio malandato mi hanno impedito di girarle in bicicletta e così ho trovato un passaggio di fortuna sul portapacchi di una flakmoppe, la moto tipica di questa zona.

La mattina dopo averle lasciate in un alone grigio che sfregiava la loro bellezza, ho riattraversato le acque e sono andato nell’entroterra per scoprire la Dalslands Aktiviteter. Un contatto diretto con la natura e i suoi ospiti: alci che ti mangiano dalle mani l’ultima fetta di mela. E poi con quegli occhi grandi dietro la rete metallica ti guardano portandoti via un pensiero di libertà.

Ancora chilometri e chilometri per scendere a sud ed entrare nella terza città più grande della Svezia. Malmö mi ha lavato di una pioggia fradicia che non mi ha impedito di scoprire i suoi tesori anche se nascosti dal cielo basso: il Castello, la chiesa di San Pietro, il Municipio e la torre Turning Torso.

Due giorni svaniti in un attimo per poi ritrovare la strada verso la regione della Scania: anche qui l’alternanza tra arte è natura è stata una costante dalla scenica città di Helsinborg all’isola di Ven, in cui ho scoperto il museo dell’astronomo Tycho Brahe e la sua storia.

Poi ho attraversato l’Österlen, la Provenza svedese. Tra campi coltivati e in fiore ho ammirato e invidiato la collaborazione tra i suoi abitanti dediti a un turismo naturale, sano, partecipativo. Che non prescinde dall’ambiente e privilegia la qualità alla quantità.

L’ultima notte, la terra svedese ha voluto regalarmi un castello e le sue ampie finestre aperte sul lago circostante, oasi di pace e di bellezza delicata a solo mezz’ora dalla città di Malmö. E lì dovevo tornare per attraversare tra cielo e mare il ponte di Öresund: venti minuti di treno super veloce per Copenaghen, dove imbarcarmi verso casa.

Senza rinunciare mai a trattenere nella memoria quell’alba porpora rubata all’arcipelago.

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1 commento a “Svezia d’arte e natura”

  • Monica alle ore 11:07 am scrive:

    Poesia!

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