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Editoriale di Andrea Lessona

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Reporter on line: in galera!

Scrivere sul web, l’ultima frontiera della Libertà negata.

E’ quanto emerge dal rapporto annuale del Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj). Al 1 dicembre di quest’anno ci sono nel mondo 125 operatori di informazione dietro le sbarre, nove in meno del 2006: 56 lavoravano su Internet, altri 53 sono articolisti della carta stampata e fotografi, gli “ultimi” 16 sono cronisti radio-televisivi.

Il diffondersi della rete a livello planetario ha permesso a gente comune, che per fare informazione non ha bisogno di una tessera giornalistica, di raccontare fatti reali, vissuti in prima persona, spesso denunciando oppressioni e torture.

La loro voglia di Libertà si è scontrata – come sempre nella storia dell’umanità – contro la censura più bieca e rigida dei regimi totalitari. Non è un caso, infatti, che a guidare la speciale classifica dei reporter reclusi ci sia, ancora una volta, la Cina: per il decimo anno consecutivo è il Paese con il maggior numero di giornalisti in gabbia.

In tutto sono 28, 24 dei quali lavoravano su testate online. 365 giorni fa erano 29, uno in più di oggi. E’ l’ennesima dimostrazione – nel caso in cui ce ne fosse stato bisogno – che il Grande Drago non ha rispettato gli impegni presi per aggiudicarsi le Olimpiadi.

Una volta ottenuta la “grazia” dei Giochi, ha “gabbato” il mondo e ha continuato nella sua politica di censura. Il paese asiatico ha imprigionato da solo quasi la metà dei webjournalist del pianeta.

Il caso più eclatante resta sicuramente quello di Hu Jia, condannato a tre anni e mezzo di reclusione per alcune denunce rilasciate ai media internazionali contro il regime comunista. Ma quanti come lui, senza un nome senza un volto sono costretti a marcire nel buio del silenzio in una fetida galera solo per aver detto la verità?

Basta scorrere il rapporto del Cpj per vedere comparire cifre allarmanti: dopo la Cina, c’è subito Cuba con 21 arrestati. Di Castro Fidel in Castro Raul, la musica non è cambiata: le manette continuano a tintinnare nell’isola.

La Birmania non è da meno: in un anno ha raddoppiato i reclusi. Ora sono 14, tutti colpevoli di aver diffuso notizie e immagini degli effetti del ciclone Nargis. Le accuse sono sciocche quanto pretestuose: attività anti patriottica o violazione di segreto di Stato.

Se, come sostengono i più grandi esperti internazionale di comunicazione, il futuro dell’informazione è on line, c’è da sperare che il mondo non chiuda gli occhi, ancora una volta, di fronte a queste violazioni e sappia tutelare anche chi, pur essendo un “semplice” blogger ha la forza e il coraggio di scrivere la verità, a rischio della Libertà. Che è di tutti.

Fonte dati: Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj).

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