La voce dell’Irlanda è melanconica e ammaliatrice: non riesci a farla tacere dentro di te.
E così quando l’ho sentita attraversarmi di nuovo il cuore e l’anima, mi sono rimesso in viaggio nel modo che sento più mio: solo, zaino in spalla, un taccuino per fermare i pensieri e la macchina fotografica per fermare il tempo.
E ho riscoperto una delle zone più belle dell’Isola: il Nord. Proprio quel Nord che la cartina geografica e la politica vuole diviso in confini invisibili ma ancora forti dal resto di Erin. Lassù, in quell’angolo britannico, primo e ultimo baluardo di un Impero disciolto, ho incontrato tante persone e le loro speranze per un futuro di pace.
Tra strette di mano gonfie di forza e gratitudine, sono stato benedetto mille volte per essere andato in Northern Ireland a raccontare una terra ricca di storia, cultura e paesaggi mozzafiato. Uomini e donne di ogni confessione mi hanno aperto il cuore e io gliel’ho restituito in un flusso continuo d’emozione che da sempre mi lega a questa gente. Che per me è la mia gente.
Miglia dopo miglia, nella pioggia furente alternata a un sole accecante, ho guidato sulla Cuaseway Coastal Route per arrivare sino a Torr Head, luogo estremo separato dalla Scozia da solo 20 chilometri di oceano schiaffeggiato dal vento.
Da Ballycastle, dove Marconi eseguì le prime prove sui segnali radio nel 1898, ho attraversato il mare gonfio per andare a Rathlin Island: un’isoletta di poche case e pochi abitanti. Lì, invece dei famosi puffin, già volati via, ho stretto amicizia con una grande foca “ancorata” nella baia.
Tornato sulla terra ferma ho camminato tremante a Carrick-a-Rede per rimanere sospeso sul ponte di corde a trenta metri sopra le acque, e guardare l’infinito infrangersi in milioni di spruzzi sulla costa frastagliata.
Una costa che mi ha regalato le Giant’s Causeway: colonne geometriche formate dalla lava cristallizzata eruttata 60 milioni di anni fa. Uno spettacolo senza tempo, avvolto nella leggenda del gigante Finn McCool che realizzò il passaggio per attraversare il mare e arrivare in Scozia per sconfiggere il suo nemico.
Dopo tanta acqua, sono andato alla Bushmill, la più antica distilleria legale del mondo dove il profumo del whiskey penetra nelle narici e infiamma l’anima dal 1608. Un sorso della uisce beata e ti senti un altro uomo. Pronto per riprenderti la strada e guidare ancora sino a Londonderry.
Sono entrato nella Free Derry passando nel quartiere del Bogside: i famosi murales vivono dipinti sulle case della zona. Memoria storica per non dimenticare il Bloody Sunday e quaranta anni di scontri.
Da lì ho visto le mura in cui è avvolto e protetto il centro, e il giorno dopo le ho camminate tutte per avere una prospettiva diversa della città e della storia di questa zona. Che ha segnato profondamente quella dell’intera Irlanda del Nord.
Storia che ho visto raccontarsi nell’Ulster Amaerican Folk Park, vicino a Omagh. Qui, in tre ore, ho rivissuto tre secoli di emigrazione forzata del popolo irlandese sin dai tempi della Grande Carestia.
Poi ho viaggiato al centro della terra nord-irlandese nell’oscurità delle Marble Arch Caves, geoparco europeo per scoprire stalattiti e stalagmiti di milioni di anni e sono riemerso a nella cittadina di Enniskillen per ammirare le sue vie colorate, il castello e i musei di guerra.
Sarei dovuto tornare a Belfast, da dove il viaggio era iniziato, ma l’istinto mi ha portato oltre: pochi chilometri e un confine invisibile divide il Northern Ireland dalla Eire. Così l’ho superato per tornare a Sligo, alle pendici del Benbulben.
Sono andato nel posto in cui mi sento più a casa: lo Yeats Country. Nella terrà che ispirò e prende nome da William Butler Yeats. Ancora una volta mi sono inginocchiato davanti alla tomba su cui c’è sempre una rosa rossa, il simbolo della sua poesia.
Dopo un giorno trascorso a rivivere luoghi e ricordi, ho lasciato Sligo alle mie spalle e ho tagliato l’Isola in diagonale guidando sino a Dublino: con la strada e col pensiero ho unito l’Irlanda.

"Storia del conflitto anglo-irlandese" di Riccardo Michelucci - Odoya, 2009

"Qui Belfast. 20 anni di cronache dall'Irlanda di Bobby Sands e Pat Finucane" di Silvia Calamati - Edizioni Associate, 2008


L’allodola d’Irlanda è ancora un simbolo per il proprio popolo. I suoi pensieri vivono attraverso gli scritti che ha lasciato, curati da Silvia Calamati, la più grande giornalista Italiana esperta della questione Nord-Irlandese. E che “il reporter” vi ripropone. Per non dimenticare.

Intervista esclusiva de “il reporter” a Silvia Calamati, in occasione del 29° anniversario della morte di Sands e della contemporanea pubblicazione del libro della giornalista italiana sulla vita e sul diario che l’Allodola d’Irlanda scrisse in carcere.

La “maledetta domenica” che cambiò per sempre l’Irlanda del Nord “rivissuta” con rigore giornalistico da Silvia Calamati, la più grande esperta italiana del Northern Ireland.
Caro Andrea, davvero l’Irlanda è la tua terra o meglio sei tu che le appartieni. Leggendoti viene spontanea la domanda “Cosa ci faccio qui?”
La voce dell’Irlanda è come il vento: sa raggiungerti ovunque come “eco”
di un canto corale.Il solo modo di resisterLe è cedere.
Grazie
caterina
Parole sfumate di poesia per mostrare l’amore infinito a una terra meravigliosa.
Grazie,
Fabio
Ci sono dei luoghi, a mio avviso, a cui apparteniamo per una sorta di pensiero divino, una forza innata e assolutamente naturale.
Ci sono dei luoghi in cui, pur essendo nati, cresciuti altrove, sono nostri per diritto, un diritto conosciuto solo all’anima perchè, in fondo, l’anima ricorda molto più della memoria, della mente umana e questi luoghi, forse visitati in passato, in un altro tempo, in un’altra vita, ci restano ancorati al cuore, tatuati sotto il primo strato di pelle perchè siano indelebili e perchè li si possa riconoscere quando, finalmente, in questa vita attuale, torniamo da loro. A casa.
Cara Anna,
Erin, insieme a mio figlio, è l’amore più grande della mia vita!
Cara Caterina,
hai ragione: la voce di Erin ti raggiunge ovunque. Perché parla all’anima.
Erin è negli occhi di mia figlia, Andrea.
Esther Joyce concepita a Dublino, con un “middle name” gaelico per ricordarle per sempre in qualunque luogo delle terra lei vivrà, a qualunque amico darà il suo cuore… che la sua mamma l’ha voluta mentre l’Irlanda le attraversava il cuore.
E lei.. dirà (spero orgogliosamente) che porta un nome celtico in giro per il mondo per scelta. Per una scelta d’amore. Mia, sua, nostra.
Con immensa condivisione,
Cristina
Ciao andrea, è sempre bello leggere i tuoi reportage… tu la scrittura la vivi, e riesci a far vivere a noi le emozioni che senti. Grazie. Anna Maria
Ciao Fabio,
la poesia è di Erin. L’amore reciproco.
Ciao Monica,
condivido il tuo pensiero profondo: Erin ed io ci apparteniamo da sempre. Per sempre!
Dear Cristina,
I know what you feel: it’s the same for me, every time I watch my son’s eyes and I see Erin.
Cheers!
Cara Anna Maria,
grazie per il tuo messaggio e per comprendere e apprezzare il mio modo di vivere la scrittura.