E’ un vento freddo quello che soffia sul Kosovo. Attraversa l’Europa, scuote il mondo.
La Terra è pronta a dividersi in due. Ancora una volta. E l’epicentro del sisma è una piccola zona alle porte di casa nostra.
Una provincia che ha voluto diventare stato indipendente e sovrano. Una provincia che con questa scelta ha innescato un domino oltre le sue frontiere.
L’Europa in cui vive ha steccato, e invece di un coro unanime per il riconoscimento di una nuova nazione c’è solo una maggioranza di stati (compresa l’Italia).
I violini stonati temono che sia di cattivo esempio per le minoranze di casa loro. Come la Spagna: e se i baschi creassero un loro stato?
E’ lo stesso pensiero, urlato col megafono delle elezioni, che arriva dalla Russia. Lo zar deve cedere la presidenza per legge. Ma non il potere, quello no.
Putin ha già fatto sapere che da primo ministro probabile continuerà a mantenerlo stretto. E che gli altri non si illudano.
Così, in nome di un panslavismo sbiadito che copre – come sempre – interessi economici, sguinzaglia i suoi ambasciatori all’Onu.
Ingessati e spocchiosi ripetono: “La Russia non riconoscerà mai il Kosovo”.
“Questa indipendenza turba l’ordine mondiale”, ha ribadito stamane il ministro degli Esteri russo a Condoleeza Rice.
Non è solo un aiuto dovuto alla sorella Serbia.
Non è solo una presunta prova di forza contro l’America che vuole influenzare l’Est.
Non è solo per far sentire la propria voce al mondo.
E’ per tutelare ciò che resta di un Impero andato in frantumi e che ogni giorno rischia di perdere altri pezzi.
Pezzi che ieri venivano tenuti insieme dalla forza violenta di un regime totalitario.
Pezzi che oggi possono continuare a coesistere solo con il denaro, tanto denaro.
Quello che la Serbia si aspetta dall’Europa come buonuscita per la ex provincia kosovara.
Quello che Putin si aspetta dall’Occidente per far vivere e vivere in prima persona il sogno della Grande Russia.
I Balcani sono secondari per i suoi interessi, ma utili.
Ecco perché continua a soffiare vento freddo sul Kosovo.

"E se Fuad avesse avuto la dinamite?" di Elvira Mujcic - Infinito, 2009


Intervista con Elvira Mujcic, giovane scrittrice bosniaca scappata da Srebrenica prima dell’inizio del genocidio. Viaggio fra le righe del suo nuovo libro, e nella memoria della sua martoriata terra.

Dopo la guerra, l’odio, le bombe e i morti, la capitale della Bosnia ed Erzegovina riprende lentamente a vivere. Piccolo viaggio nel cuore della città bosniaca.

Srebre-quella cosa là, è a grandi linee il solo nome che la gente comune collega alla Bosnia. C’è stata una guerra? Ah, sì. Forse un massacro.