Il Dalai Lama arriva in Italia. E per le istituzioni è un problema. Cinese. La Repubblica popolare ha fatto sapere al ministero degli Esteri italiano di non gradire la tre giorni milanese del signor Tenzin Gyatso, premio Nobel per la Pace.
D’Alema tace, Prodi pure. Moratti non parla. Ma ha dato disposizioni per non incontrare in modo ufficiale la massima autorità buddista il 7, 8 e 9 dicembre, giorni della sua permanenza in terra lombarda.
Oltre Pechino, il sindaco di Milano non vuole turbare i meneghini con gli occhi a mandorla: quelli che picchiano i vigili urbani e a cui bisogna anche chiedere scusa. Altrimenti i rapporti col Grande Drago si incrinano e gli industriali s’arrabbiano.
In testa il ciuffo di Luca Cordero di Montezemolo, novello Marco Polo che al mulo da soma, preferisce i cavalli della Ferrari: una Testa Rossa su piazza Tienanmen al posto dei carri armati è segno di democrazia.
La Cina è un grande mercato, rappresenta il futuro, la nuova frontiera. Ma non è anche lo stato che inquina maggiormente il Pianeta, quello che turba il sistema economico mondiale, che copia tutto e di più e non rispetta i diritti umani?
Già, i diritti umani. Quelli per cui il signor Tenzin Gyatso si batte da una vita. Era il 1959, quando dovette lasciare il Tibet, la sua terra, invasa dalle orde rosse maoiste che a colpi di mitra si annessero la regione, proclamandola suolo della Repubblica popolare.
Così, appena il Dalai Lama va in giro per il mondo a parlare di Pace, Libertà, Non Violenza, i cinesi si affrettano ad avvertire i Paesi che lo ospitano: attenti. Gli altri, a casa loro, fanno ciò che vogliono. Il tanto demonizzato Bush, la crucca Angela Merkel, “Decido io chi ricevere e dove”, non si fanno intimidire e gli riservano gli onori che merita.
Noi, no. Con i soliti se e ma, figli del doppiogioschismo italico, non prendiamo posizione, ci nascondiamo. Stiamo lì a guardare: aspettiamo che il corpo del Dalai Lama scivoli sul Po, passi i Navigli, finisca nel Tevere.
A Torino lo aspettano per dargli la cittadinanza onoraria il 16 dicembre. Lo ha deciso il Consiglio comunale, votando all’unanimità una mozione presentata da Agostino Ghiglia (An). Anche qui, naturalmente, sono arrivati i reprimenda orientali.
A Milano lo aspettano tutti i sindaci dell’Hinterland, pronti a ospitarlo, e Vittorio Sgarbi. Ma Moratti teme una ripercussione della Cina per Expo 2015. Soldi. Tanti soldi. E allora meglio glissare.
A Roma lo aspettano per sentirlo parlare: perchè la sua storia e quella del suo popolo non vengano dimenticate. 165 deputati hanno firmato un documento. L’intergruppo per il Tibet vuole che Bertinotti offra parola e ascolto al signor Tenzin Gyatso alla Camera dei Deputati.
Una curiosità: Wladimir Luxuria e Titti De Simone (Prc) non hanno sottoscritto l’appello.
Il presidente di Montecitorio ha fatto sapere che “Nell’emiciclo si svolgono solo lavori parlamentari, non celebrazioni”. Ha ragione: persino lui, quando, di cashmere vestito, ha incontrato l’incappucciato subcomandante Marcos e gli ha regalato un cd dei Clash, lo ha fatto via dal Palazzo, in Messico. Davanti a fotografi e cineoperatori.
Il Dalai Lama può attendere. Fuori dalle istituzioni. Lontano dalle coscienze.

"Dalla nebbia alle nuvole – In bici verso il Tibet" di Bernardo Moranduzzo, Marcella Stermieri - http://dallanebbiallenuvole.net, 2010


Viaggio nelle cinquantasei etnie cinesi, eterogenee non solo dal punto di vista numerico, ma anche dal quello sociale, religioso e culturale. Tutto questo lo si può trovare in un museo della capitale.

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