
La prima notte dormita in camper, in uno spiazzo deserto accanto all’Highway 211, in Virginia. L’ululato del vento, un tappeto di stelle, la strada buia e infinita. Il silenzio innaturale delle grigie colline che ci circondano.

L’Highway one serpeggia e si nasconde tra le colline della costa occidentale. Sempre lì, immutabile. E quando arrivano le stelle, su questa spiaggia fredda e graffiata dal vento dell’ovest, il tutto assume un’espressione che definisce l’assoluto.

Il West è lo spaccato di una realtà naturale di estrema bellezza. Le pianure, le colline, l’oceano stesso sembrano parlare e raccontare. La storia che narrano è sofferenza, vita e passione indiana, amore per le stagioni.

Dopo quattro ore di macchina sulla strada del Grande Deserto rosso, si arriva in un pase di pionieri, Coober Pedy, e colti dalla stachezza ci corichiamo su una collina di roccia ad ammirare la bellezza del deserto di notte.

L’incontro spirituale con una anziana della tribù dei Kiowa, antichi e gloriosi guerrieri del centro America. Era pomeriggio inoltrato, in una di quelle capanne ai piedi della collina di Fort Sill.

Il grido del vento s’arrampica sui poggi dell’Oklahoma. Tutt’intorno le luci che colorano le Montagne Rocciose, la spiritualità dei Nativi Americani è palpabile in ogni angolo di terra.

Viaggio nel continente oceanico. Partendo dalla banchina di Melboure. Con l’odore dell’oceano da una parte e le pianure gialle del grano che come calamite attirano verso l’interno.
Verso le Grandi Pianure americane, tra i colori dell’autunno e i fiumi ghiacciati, lungo le interstatali dall’asfalto crepato che si spingono fino all’orizzonte.
